• IscrizioneIscrizione
  • GadgetGadget
  • ContattiContatti
  • Cellulari e RSS FeedCellulari e RSS Feed
spacer

Regioni: lasciamogli tutti i soldi che incassano

Quella di Libero su Stipendiopoli è una valida inchiesta, documentata, precisa, confezionata con passione e criterio, e non priva di qualche interessante risvolto sul piano “istituzionale”. In prima battuta, sembrerebbe destinata a sbriciolare la fede in uno dei pilastri ideologici della nostra, incompiuta Seconda Repubblica: l’idea, cioè, che un governo più vicino al cittadino sia preferibile ad uno più lontano. Che federalismo e devolution facciano rima con spreco e corruzione è una scoperta nuova, apparentemente suffragata dai fatti. Il problema l’hanno posto due voci diversissime: Sandro Bondi e Marco Travaglio, il più candido fra gli innamorati di Berlusconi e il più feroce fra i suoi nemici. Travaglio arriva, per amor di polemica, a vestirsi da centrista, Bondi, restituitoci in forma umana da un’intervista di Renato Farina, parla della necessità di un “federalismo responsabile”. Federalismo responsabile, però, vuol dire innanzitutto federalismo fiscale. E se non ce n’è traccia, nell’attuale bozza di devolution, la colpa è dei partiti di governo. A pochi mesi dalla vittoria elettorale della Cdl, Umberto Bossi si fece scappare una dichiarazione estiva paradossale nella forma, stupefacente per il contenuto: “Il federalismo fiscale non ce lo danno, quindi non lo chiediamo”, disse, archiviando così una battaglia di principio per gettarsi alla rincorsa di tanti, piccoli risultati elettorali privi però di reale consistenza federalista.

Se si lascia il federalismo fiscale sullo sfondo, esiti perversi come quelli documentati da “Libero” e dal “Giornale” sono all’ordine del giorno. Anzitutto, è inevitabile una clonazione della burocrazia: a quella centrale, si somma quella locale, moltiplicando gli ostacoli per cittadini ed imprese. Pensato per snellire lo Stato, il federalismo finisce per metterlo all’ingrasso. In secondo luogo, si mantengono separati spesa e prelievo fiscale, innescando così una spirale di impunita irresponsabilità dilagante. Siamo tutti generosi con i soldi degli altri!!!

Per inquadrare meglio la delicata questione, consiglio di leggere il quinto capitolo di “Semplicemente liberale”, illuminante manifesto liberista consegnato alle stampe dal ministro Antonio Martino, per “Liberilibri” (Macerata). Se il lettore ha poco tempo, può fare un salto sul sito Internet dell’Istituto Bruno Leoni (www.brunoleoni.it) e leggerselo (solo il capitolo, non tutto il libro) ciccando su “Teoria politica”.

Il divorzio fra prelievo e decisioni di spesa, sostiene Martino, “incentiva l’irresponsabilità nella gestione del bilancio. L’ente locale, infatti, dal momento che le sue spese vengono finanziate “a piè di lista”, sa che quanto più spende, tanto più finisce prima o poi col ricevere dal centro. La spesa degli enti locali viene incoraggiata, essendo decisa in modo indipendente dall’esigenza del suo finanziamento, ed il controllo sulla sua razionalità viene scoraggiato”. Del resto, aggiunge il ministro (ndr: della Difesa non delle Riforme, purtroppo), mantenendo prelievo e spesa su due piani diversi, cade uno dei presupposti fondamentali circa l’utilità del federalismo: cioè la possibilità del cittadino di monitorare le decisioni della politica. “L’aumento delle tasse va a finanziare nuove o maggiori spese, ma quali?”. Le imposte vengono raccolte dal centro e poi irradiate alla periferia: un gioco delle tre carte.

Se il federalismo dev’essere autentico, equo ed efficiente, bisogna rifarsi a una proposta che Martino riconduce all’economista americano Dwight Lee: “La potestà impositiva venga sottratta al potere centrale ed affidata esclusivamente agli enti locali, e che una percentuale fissa del gettito delle imposte locali venga devoluta al governo centrale” (ndr: esattamente il contrario di ciò che avviene oggi). Si può accennare un altro passo, e sostenere che questa percentuale può e deve essere variabile: ovvero, prima vengono le necessità della periferia (Regioni, Comuni), poi, eventualmente, quelle del centro. Solo un meccanismo del genere può vantare l’etichetta di federalista, per una ragione semplice: se sono le singole regioni a raccogliere le imposte e poi a devolverne parte al governo federale, esse diventano effettivamente i soggetti contraenti il patto alla base di una unità politica. Non siamo più nell’ambito di una devolution “per grazia ricevuta”, calata pietosamente dall’alto a vantaggio delle burocrazie locali. Il governo che conta è quello regionale, Roma è “sussidiaria”, perde la sua posizione di preminenza. Il compianto Gianfranco Miglio diceva: “è essenziale che il sistema federale sia lo spazio politico principale, cioè costituisca l’asse portante del potere”. “Il potere non deve poggiare sui partiti in Parlamento, ma sulle unità territoriali…”.

Così funziona un sistema nel quale gli enti locali raccolgono le imposte. Ogni decisione del centro diventa oggetto di contrattazione e negoziazione. Nel contempo, c’è una correlazione evidente, agli occhi del cittadino, fra aumento delle tasse ed espansione della sfera d’influenza del governo regionale. Si mette la museruola allo Stato, ed è a questo che serve il federalismo. Quello vero, s’intende (ndr: non quello “accettato” da Bossi e ora finito nelle mani di un dentista di Bergamo).

Alberto Mingardi


spacer