Nella politica si intrecciano sempre due dimensioni : la competizione per il potere e la rappresentazione degli interessi. Nella crisi della maggioranza di governo è ben visibile la prima dimensione: l’indebolimento della leadership di Berlusconi, le nuove ambizioni di An e dei centristi, la “resistenza” della Lega. Ma è anche presente, meno visibile, la seconda dimensione. Le ambizione personali e le rivalità fra i diversi uomini politici sono rese esasperate dal fatto che essi rappresentano interessi economici, professionali e territoriali divergenti.
Cio` che è venuto meno, non so se definitivamente, è la fiducia di importanti settori della maggioranza nella capacità di Berlusconi di assicurare la sintesi fra i diversi interessi. La divisione Nord/Sud (le diverse esigenze della società settentrionale e di quella meridionale) è la causa importante, anche se non l’unica, della crisi della maggioranza. Si discuterà a lungo sui tre anni del ministero Tremonti (e probabilmente un bilancio sereno mostrerà che gli aspetti positivi sono piu’ numerosi di quelli negativi). E’ certo pero’ che Tremonti e la sua politica economica erano espressione di un “blocco del Nord”, l’alleanza privilegiata fra Forza Italia e la Lega. Sembra plausibile che l’errore principale del blocco del Nord (un errore che, alla fine, ne ha determinato la sconfitta) sia stato quello di non aver saputo proporre una “politica per il Sud”, opere pubbliche a parte. Da qui la reazione politica del Mezzogiorno.
Ma questa reazione, per i modi in cui si manifesta, appare altrettanto preoccupante e priva di prospettive del disinteresse del blocco del Nord per le esigenze della società meridionale. Come ha detto Franco Debenedetti, nella crisi in atto è impossibile non sentire il vecchio odore delle Partecipazioni statali e una gran voglia di assistenzialismo vecchio stampo.
Cio’ che va rimproverato ad An e all’Udc non è la volontà di rappresentare le istanze e le aspirazioni di benessere della società meridionale, ma il fatto di non proporre una politica di sviluppo per il Sud che faccia leva sulla competizione di mercato, su quelle forze, imprenditoriali e professionali, che domandano piu’ libertà economica e che, ancorchè deboli, esistono nel Mezzogiorno. Cio’ che va rimproverato loro è di voler assecondare la società meridionale nei suoi antichi vizi piu’ che aiutarla a coltivare le sue nuove virtu’.
E’ mai possibile che quando si parla di politica per il Sud si debba intendere, sempre e soltanto, statalismo? Una delle ragioni che stanno determinando la crisi della Casa delle libertà è che le sue promesse di liberalizzazione si sono infrante contro le resistenze corporative di una società che, in ampi suoi settori, non vuole essere “liberalizzata” perchè teme piu’ di tutto la competizione. Questi settori, di sicuro, sono presenti anche al Nord (si pensi agli ordini professionali). Ma il blocco piu’ forte, per ragioni storiche, è dislocato nel Centro-Sud.
Faccio un esempio tratto dal campo dell’istruzione. In tanti siamo da anni convinti che per migliorare il sistema dell’istruzione pubblica occorrerebbe abolire il valore legale del titolo di studio. Ma l’obiezione è sempre la stessa: la società meridionale (le sue scuole, le sue Università, le sue famiglie) non lo accetterebbe mai. Mai nessuno che dica che quella misura, superata una fase, non necessariamente lunga, di adattamento, potrebbe portare grandi benefici anche al Mezzogiorno.
Perchè non si vuole mai scommettere, nè a destra nè a sinistra, sulle forze migliori e piu’ vitali del Sud per coinvolgerlo in un vero progetto di modernizzazione?
Angelo Panebianco