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Un successo del Governo, per il bene del Paese

Tutto come da copione. I giornali della sinistra conservatrice piangono all’unisono: Un colpo al cuore della Repubblica (l’Unità), L’Italia chiude (Manifesto), C’era una volta la Repubblica (Liberazione), Il baratto delle istituzioni (Repubblica). Il Corriere della sera si affida a Sartori: Riforma grande solo nei difetti. Perché? Perché non ha cambiato solo la forma dello Stato, ma anche quella del governo. Già, come se le due non fossero interferenti. Che la minoranza critichi quanto fa la maggioranza nulla da dire, ma un po’ di pudore non guasterebbe.

Federalismo e democrazia sono le due facce della stessa moneta, insieme sono nate con gli Stati Uniti d’America. E sono nate per unire, non per dividere: da 13 colonie nacque un solo stato. Il federalismo non divide niente, attribuisce poteri agli stati regionali all’interno dell’unità nazionale. Tanto è vero che il potere nazionale più forte è quello detenuto dal Presidente degli Usa. E che c’è più unità nazionale in America che nella nostra repubblica, “una e indivisibile”.

Il federalismo da noi, come già in Belgio, segue cammino opposto: non unisce, ma diversifica, trasforma uno Stato da centralista in federale. Con molta moderazione: alle Regioni vengono attribuiti meno poteri di quelli consueti negli stati federali. Ma quanto basta per rompere il centralismo burocratico e avvicinare i governanti ai cittadini. In tal senso va l’istituzione del Senato delle Regioni, presenti in tutti i paesi federalisti. E la riduzione del numero dei parlamentari: quasi nessuna nazione ne ha tanti come noi, per giunta in due Camere.

Inoltre è stata potenziata l’autorità del premier (forte, non assoluta), proprio per evitare tendenze separatiste. Il progetto votato in Parlamento è stata una vittoria di Bossi? Certo, come meritava, dato che fu la Lega per prima a parlare di federalismo. Ma è in primo luogo un successo della Casa delle Libertà, che quando non litiga produce e convince gli italiani: di Fi, partito liberale di massa; di An, che ha dato garanzie di essere pienamente democratica molto più che con i viaggi di Fini a Gerusalemme; all’Udc, federalista per la sua tradizione cattolico-popolare, da von Ketteler a Sturzo, da Adenauer a Kohl, diciamo pure a D’Onofrio, relatore della legge.

Un successo di Berlusconi, è stato detto. Senza dubbio, ma più in generale un successo per l’Italia e per ogni altro governo futuro, anche di sinistra, che troverà a sua volta (il più tardi possibile, ci auguriamo) uno stato modernizzato, agile ed efficiente (basti pensare che due terzi degli stati del mondo sono federalisti). E’ del tutto ovvio che ci siano studiosi contrari. Come lo è da sempre Domenico Fisichella, monarchico legato ai ricordi del Risorgimento. O come le destre extraparlamentari, che sognano ancora lo “Stato etico e nazionalista”. Meno comprensibile la difesa dell’unità nazionale che viene da gruppi politici che al federalismo sono sempre stati contrari. Gli eredi del comunismo, ancora comunisti, neocomunisti o postcomunisti, dovrebbero ricordare di chi sono figli: dell’internazionalismo proletario, che considerava la patria come una invenzione “sciovinista e imperialista” della borghesia; dei partiti filoleninisti e staliniani, che aderivano all’Internazionale comunista divenendone la quinta colonna, pagata con l’oro di Mosca, per preparare l’occupazione straniera del paese; di Togliatti, disposto a barattare Trieste con Gorizia; del pacifismo a senso unico, di quei “partigiani della pace” che furono inventati dai sovietici per indebolire la resistenza dell’Occidente e favorire la conquista dell’Urss. Che uomini provenienti da una simile tradizione, che non hanno mai sconfessata o condannata, si ergano a difensori della Nazione, porta alla mente il ricordo di quella Signora, assai attiva e gettonata, che divenne, quando le armi del mestiere mancarono, insegnante parrocchiale di catechismo.

Le prediche della sinistra, tuttavia, hanno confermato una costante della nostra politica: Querce, Ulivi, Tricicli, Margherite, Rose, Garofani e Girasoli, sono a tal punto litigiosi e distanti su tutto da ritrovarsi uniti solo contro Berlusconi. Altro non sanno fare, per fortuna loro c’è il Cavaliere, unico collante di una sinistra frantumata. Disposta a tutto pur di attaccarlo, anche ad esaltare quella Patria e quell’Unità nazionale che per un secolo hanno preso a calci.

Gianfranco Morra


 
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