Reclutavano kamikaze per la guerra santa, falsificavano passaporti, violavano praticamente tutti i comandamenti, erano la quinta colonna di al Qaeda in Italia e adesso, grazie ad un’allegra sentenza milanese, se ne vanno liberi come fringuelli, con la patente di rivoltosi. Non sono stati soltanto prosciolti. Sono stati anche coperti di complimenti, come certe signore del bel mondo alle prime della Scala, quando cronisti compiacenti ne decantano l’incedere elegante, lo sberluzzio dei gioielli, la straordinaria bellezza delle scarpette di raso, lo chic inimitabile degli abiti da sera.
Secondo il tribunale milanese, che si è trasformato per l’occasione in una specie di Enciclopedia Sovietica con diritto di riscrittura della storia e di ritocco ideologico dei negativi fotografici, i galoppini di Abu Musab al Zarquwi non sono terroristi né tagliagole ma sono partigiani. “Guerriglieri” scesi legittimamente in campo contro una potenza occupatrice. Dunque non sono punibili, anche se hanno infranto la legge italiana e si accingono a fare carne di porco di quella irachena, ma vanno anzi incoraggiati nei loro sforzi, come tutti i ribelli (quasi tutti, esclusi, si capisce, quanti osano ribellarsi allo strapotere degli Ubu Roi che pilotano il Maggiolino tutto matto della giustizia italiana). Del resto mica è facile distinguere tra “terrorismo” e “guerre di liberazione”, filosofeggia Gian Carlo Caselli, che ha difeso la sentenza milanese appellandosi, da quell’insigne e apprezzato studioso di diritto (e di rovescio ndr.) che è, ai più stringenti argomenti giuridici, come per esempio la “sensibilità di ciascuno di noi”, la “forte componente emotiva”, “l’orientamento politico culturale di ciascuno sui temi della guerra in Iraq” e “persino “i sentimenti che le cronache più recenti suscitano”.
Non è la decisione in sé che mette i brividi. Si è visto di peggio: serial killer in cattedra televisiva, mafiosi conclamati e impenitenti trasformati in autorità morali, ex brigatisti ascoltati con rispetto. A mettere i brividi è il fatto che la decisione di rendere praticamente legali le attività di al Qaeda sia da noi perfettamente lecita, come Gian Carlo Caselli è stato così gentile da spiegarci.
Mette i brividi sapere che un giudice, se soltanto gliene viene l’uzzolo, può rigirare come vuole qualsiasi frittata e premiare con un sigaro qualunque criminale, esaltando per di più il suo crimine. Non soltanto il reclutamento di kamikaze e la falsificazione di passaporti ma anche la strage di innocenti, la mattanza di donne e di bambini sciiti, gli attacchi ai convogli della Croce Rossa e alle sedi dell’Onu, la decapitazione di marines e di lavoratori tibetani, giapponesi, italiani, filippini.
Un giudice (o una giudice) così, evidentemente, non è da incontrare di notte in un corridoio buio del palazzo di giustizia. Ma la Legge con la maiuscola, la Legge illustrata da Gian Carlo Caselli, la Legge che consente di trasformare le aule di tribunale in una merenda del Cappellaio Matto, è di gran lunga più pericolosa, e più cubista, di lui (o di lei).
Diego Gabutti – L’indipendente del 27/01/05