• IscrizioneIscrizione
  • GadgetGadget
  • ContattiContatti
  • Cellulari e RSS FeedCellulari e RSS Feed
 
spacer

I magistrati devono fare i giusti processi...

Francesco Cossiga invita in una lettera il Presidente Ciampi a scongiurare lo sciopero dei magistrati: “Fondamentali principi del nostro Stato – scrive – rischiano di essere gravemente offesi da un illegittimo sciopero contro un disegno di legge di riforma della magistratura d’iniziativa del Governo. Poiché i magistrati sono impiegati dello Stato anche a loro è attribuito il diritto di sciopero. Ma essi sono dipendenti “speciali” perché a loro è affidato l’esercizio delle funzioni relative alla Giustizia. Lo sciopero è quindi un indebito rifiuto di esercitare funzioni secondo i doveri imposti dalla Costituzione, un vero e proprio atto eversivo, un’offesa alle prerogative del Parlamento”. Spetta a Quirinale, Csm e Consulta, obietta Cossiga, fare le valutazioni del caso, preventive e successive, sulle riforme proposte dal Ministro della Giustizia. “L’astensione dall’esercizio delle funzioni – afferma Cossiga – è un atto di natura squisitamente politica contro il Governo e la maggioranza parlamentare legittimamente eletta in libere e democratiche elezioni. Così l’Anm assume natura di vero e proprio movimento politico d’opposizione, per di più alla vigilia di una campagna elettorale.

A quanto detto dal Senatore Cossiga, aggiungiamo il parere autorevole di Filippo Mancuso, ex Ministro della Giustizia, che titola così un suo articolo apparso sulla Padania di oggi “Ecco perché i giudici non possono fare sciopero”: “Fermo che ogni prestatore d’opera è tutelato con il diritto di sciopero ai sensi dell’art. 40 della Costituzione, la compatibilità di questo, nella classica forma dell’astensione, con la posizione del pubblico dipendente rivestito della funzione giudiziaria è questione piuttosto opinabile per almeno due ragioni di massima, non scritte ma nella logica del nostro sistema. Anzitutto v’è da considerare che la soluzione affermativa comporterebbe l’inevitabile effetto della sospensione unilaterale, oltre della prestazione, anche di un potere dello Stato, esercitato sì in base ad un rapporto lavorativo, però costituzionalmente autonomo rispetto alla causa giuridica tipica di tale rapporto. Inoltre se l’interesse rivendicato (sulla disciplina dell’Ordinamento giudiziario, ad esempio) si identificasse con materia sulla quale il Parlamento, che oltretutto non è parte né controparte, si appresta ad adottare le valutazioni di sua incoercibile spettanza, allora francamente la opinabilità circa lo “sciopero estensivo” da parte della magistratura, si amplierebbe. La ragione che esso saprebbe di interferenza implicita nella sovranità di un potere da parte di un altro potere, esattamente come nel caso che determinate delibere delle Camere fossero volte a condizionare l’esito di un qualche giudizio. Tanto più se quest’ultimo caso può talora essersi deprecabilmente verificato……”.

Vediamo in dettaglio la riforma di Castelli:

- Resta unico il concorso per entrare in magistratura, ma è obbligatorio scegliere tra la funzione di giudice e quella di pubblico ministero;
- Prove d’esame distinte per aspiranti giudici e aspiranti Pm
- Concorso per magistrati che vorranno passare da una funzione all’altra;
- Il giudice di primo grado che vorrà passare all’appello dovrà sostenere un concorso. Stesso iter per chi vuole approdare in Cassazione;
- Divieto di cambiare funzione rimanendo nello stesso distretto giudiziario. Almeno 5 anni prima di poter cambiare funzione;
- Rafforzamento del principio gerarchico nell’organizzazione degli uffici giudiziari.

Questa è la timida riforma del buon Castelli alla quale manca, a nostro avviso, a) la proibizione dei giudici di entrare in politica se non dopo 5 anni dalle dimissioni b) la riforma delle riforme, ciò bloccare la carriera progressiva, cioè bravo o non bravo il giudice fa carriera automaticamente. Ciò è assurdo, ingiusto e pericoloso per il cittadino che potrebbe vedere la sua vita in mano ad un incapace privo di competenze e di equilibrio.

Concludo ricordando che i magistrati devono applicare le leggi, non interpretarle a loro piacimento né criticarle. Tale compito spetta al Parlamento, espressione della volontà popolare.

Vittorio Baroffio


 
spacer