A credere nella giustizia, in Italia, si rischia di finire giustiziati. Come capitò vent’anni fa a Enzo Tortora: era il 17 giugno del 1983, infatti, quando il notissimo presentatore televisivo fu arrestato. Venne tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano erano debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei collaboratori di giustizia, soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo dopo anni si saprà che quel nome non era “Tortora” ma “Tortona” , e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.
Nel giugno del 1984 Enzo Tortora, divenuto suo malgrado il simbolo delle tragedie della giustizia italiana, venne eletto deputato europeo delle liste dei radicali. Il 17 settembre 1985 Tortora venne condannato a dieci anni di galera. Alcuni infami cronisti giudiziari brindarono a quella notizia, lui rinunciò all’immunità parlamentare e attese paziente agli arresti domiciliari.
Il 15 settembre 1986 Enzo Tortora venne assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli. Il 18 maggio 1988 venne definitivamente scagionato dalla Cassazione. Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, Enzo Tortora morì. In una lettera dell’11 febbraio 1987, pubblicata in questi giorni in un libro curato dalla figlia Silvia e appena uscito presso la casa editrice Marsilio (“Cara Silvia – Lettere per non dimenticare”), Enzo così si rivolgeva ai suoi cari: “ Mi sembra (è una sensazione terribile) di essere abitato da un altro. Mi piacerebbe riflettere su questa sensazione tutto sommato disgustosa. Ma certo qualcosa di irreparabile è accaduto dentro di me, ma non so se più a livello psicologico che fisico…”. Era il cancro di origine psicosomatica che lo porterà al camposanto.
Ndr: Abbiamo voluto proporre questo toccante articolo a firma Dimitri Buffa apparso su Libero del 17 giugno 2003 in quanto quasi nessuno né ha parlato. Il “caso” Tortora è una delle tante vergogne del nostro sistema giudiziario ma anche uno dei più emblematici data la notorietà del personaggio. Il finale non meno drammatico della farsa del processo a Tortora è che a causa della carriera automatica dei magistrati tutti coloro che perseguirono ingiustamente il buon Enzo sono stati “promossi” ad incarichi superiori. Se qualcuno ha dei dubbi sulla necessità urgente di riformare la cosiddetta giustizia in Italia si faccia vivo mostrando la faccia e ne spieghi i motivi.
Vittorio Baroffio