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La mala amministrazione

Un imprenditore italiano abbandona la produzione di un prodotto alimentare di largo consumo. È il 1998. Decide di riconvertire lo stabilimento – che è sulle rive di un fiume, nel mezzo di una bella campagna, non lontano dalla città – in un complesso residenziale. Gli architetti ne progettano la trasformazione; si disegnano giardini e strade; si programma l’urbanizzazione della zona; lui incomincia le pratiche amministrative presso il Comune, la Provincia, la Regione, i vigili del fuoco per ottenerne le autorizzazioni di competenza. Sono passati dieci anni. Ma i lavori non sono ancora incominciati. L’intero progetto è bloccato dalle pastoie burocratiche; la concessione delle autorizzazioni a procedere è ancora in grembo alle singole amministrazioni che continuano a tirare per le lunghe. Hanno persino preteso che fosse effettuata la costosa bonifica di eventuali bombe residuali della seconda guerra mondiale, anche se l’area non era mai stata bombardata. Un investimento di oltre duecento milioni di euro è fermo per inspiegabili rallentamenti amministrativi. Due altri imprenditori forniscono le loro prestazioni a due grandi Regioni. Il primo, ha recuperato una cinquantina di miliardi (in vecchie lire) dopo una quindicina d’anni; dopo aver corso il rischio di fallire; aver venduto tutto quello che poteva vendersi, compreso il proprio appartamento, per salvare l’azienda. La Regione in questione si era mangiata i soldi ricevuti dallo Stato per pagare la commessa e avrebbe continuato a non pagare se i suoi amministratori non fossero stati trascinati in tribunale, con l’accusa di reato penale, dal malcapitato creditore. Il secondo imprenditore – per rientrare dei quattrini che gli erano dovuti dal 1996 (!) – deve praticare uno sconto del 20 per cento sulla cifra che gli spetta già abbondantemente svalutata dall’inflazione. E, finalmente, la recupera rimettendoci la camicia. Sono migliaia e migliaia i casi come questi di mala amministrazione che paralizzano l’Italia. Persino gli uomini d’affari cinesi – che pure operano in un regime comunista che, in quanto a burocrazia, non è secondo a nessuno – hanno fatto sapere, tramite il loro ambasciatore a Roma, di non voler investire in Italia a causa degli eccessi di una burocrazia ottusa, invasiva e inefficiente. Tutto dire. Dall’esplosione di Tangentopoli (1992), che ha dissolto, con la Prima Repubblica, tutti i vecchi partiti che avevano governato dalla fine della guerra, si sono succeduti al potere governi di centrodestra – che, alla discesa in campo di Berlusconi (1994), aveva promesso la «rivoluzione liberale» e di cambiare il Paese – e di centrosinistra, che continua a proclamarsi «riformista», l’Italia non è cambiata. Eppure, per farla uscire dalla «recessione permanente» nella quale è affondata – quella di cui si parla ora, a seguito della crisi finanziaria mondiale, è una scusa, una balla, per nascondere la dura realtà di un Paese in declino irreversibile da ben prima dell’esplosione della bolla dei sub-prime – e per farla ripartire sarebbe stata sufficiente una radicale semplificazione legislativa che disboscasse la foresta di leggi e di regolamenti dalla quale è letteralmente asfissiata: 100-150 mila, contro le 9-10 mila della Francia e della Germania. Diecimila fattispecie di reato, delle quali meno di mille codificate e le altre frutto di semplici regolamenti. L’Italia è un Paese dove tutto è proibito, tranne ciò che è espressamente consentito; una condizione che continua ad alimentare soprusi, malversazioni amministrative, corruzione politica e clientelare. Si pensi ai semafori «truccati» dagli stessi Enti locali, per comminare multe fasulle che, in realtà, sono prelievo fiscale occulto, una forma di para-fiscalità a danno degli automobilisti. Si pensi alla esecutorietà della sanzione amministrativa attribuita a privati «amici degli amici»: se non paghi una multa – che magari non hai mai ricevuto perché l’incaricato di consegnartela, un ragazzetto o addirittura un immigrato pagati quattro soldi, l’ha buttata nella spazzatura, come già è accaduto – ti ipotecano l’appartamento senza manco dirtelo. Privati collusi con i partiti – usciti dalla finestra con Tangentopoli e rientrati dalla porta con le cosiddette privatizzazioni dei servizi locali – e che, come non bastasse, godono delle stesse prerogative della Pubblica amministrazione. Ora, il governo Berlusconi ha creato un ministero per la semplificazione legislativa. Ma il rischio è che non se ne esca ugualmente. A tutt’oggi, il ministro incaricato, il leghista Calderoli, si è vantato di aver cancellato un certo numero di leggi «inutili», di quelle, per intenderci, che, comunque, non sono più applicabili tanto sono fuori dal tempo e da ogni logica sociale e amministrativa. È già qualcosa, piuttosto di niente, ma è anche un inganno truccato da efficienza. Le leggi da cancellare sono, infatti, quelle «utili» alla Pubblica amministrazione per bloccare o ritardare i processi produttivi come quello citato all’inizio di questo articolo, e i pagamenti, da parte della Pubblica amministrazione, come quelli riferiti negli altri due esempi. E, allora, diciamola tutta. Il mancato disboscamento di leggi e regolamenti che asfissiano l’Italia produttiva, e scoraggiano gli investimenti stranieri, è frutto della complicità, per quieto vivere, debolezza, irresponsabilità, della classe politica, quale ne sia il colore, con i sindacati – che continuano a impedire la modernizzazione del Paese con la loro difesa dello statu quo – e con le lobby amministrative centrali e locali. Le quali ne traggono profitto sia impedendo la riforma della Pubblica amministrazione che ne metterebbe in discussione il potere; sia, peggio ancora, imponendo al mondo della produzione il pagamento di tangenti per veder snellite e accelerate pratiche che sarebbero espletabili in pochi giorni e che, altrimenti, finirebbero col giacere sui tavoli per mesi, se non per anni; cioè per godere di quello che è poi un legittimo diritto di ogni cittadino. Una vergogna, una vergogna nazionale.

 

 

Piero Ostellino
CdT
1.12.2008 - 21:59

 

 


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