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Cambiare si può...anzi, si deve

1. Meno tasse ovvio.
Sconto fiscale su stipendi e pensioni utili reinvestiti interessi passivi acquisto di beni durevoli investimenti ecologici studi di settore… Sono davvero molti a pensare che sia necessaria una sforbiciata alle tasse per rilanciare i consumi e l’attività delle imprese. Le ricette non sono sempre uguali ma hanno un punto in comune: gli interventi adottati dal governo vanno bene però tutti chiedono che si faccia di più.
Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha già indicato in un suo intervento di dicembre la necessità di detassare “salari e stipendi, a cominciare dalle fasce più basse di reddito”. Su questo piano sono i sindacati confederali a puntare. Cgil, Cisl e Uil continuano a ritenere necessaria una più consistente e duratura riduzione delle tasse su dipendenti e pensionati.
Certo, la dimensione degli interventi pone il problema dei conti pubblici: al minimo, si va da 6 a 10 miliardi di euro. Senza contare che, dal punto di vista fiscale, bisognerebbe aggiungere a questa spesa il costo dei suggerimenti che le imprese ritengono decisivi per il rilancio.
La Confartigianato ha già messo nel carniere il pagamento dell’iva al momento dell’effettivo incasso, deciso dal governo. Dice Cesare Fumagalli, segretario dell’organizzazione: “Il differimento dei pagamenti in questa fase potrebbe rivelarsi decisivo per far respirare le aziende”. Continua a puntare alla possibilità di rendere deducibili al cento per cento gli interessi passivi delle società (il governo ha fatto un intervento attraverso l’Irap) e al varo di un credito di imposta di 5 mila euro l’anno, per tre anni, a fronte di investimenti per l’energia pulita. Ma soprattutto per la Confartigianato è diventata decisiva la tempestività dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, un modo per evitare che le aziende fornitrici si trovino in difficoltà, pur essendo sane e con crediti da riscuotere.
La stessa Confcommercio, oltre alla completa deducibilità degli interessi passivi, ha avanzato alcune ipotesi: detassazione degli utili reinvestiti per favorire gli investimenti con capitale proprio; deducibilità delle somme spese per acquistare beni di consumo durevole; ma soprattutto revisione degli studi di settore per calibrarli meglio alla luce della crisi. (Roberto Seghetti)

 

 

2. Bond e opere.
“Il cavallo non beve, ma l’acqua non manca” scherza Mario Ciaccia, amministratore della Banca delle infrastrutture, innovazione e sviluppo del gruppo Intesa Sanpaolo, uno dei massimi conoscitori dell’universo grandi opere. Una metafora per sintetizzare un paradosso: non è del tutto vero che non ci sono i soldi per i grandi progetti (ferrovie, strade, centrali, porti). Fino a oggi sono mancati coraggio politico e lungimiranza strategica per farli saltare fuori. Forse è arrivato il momento giusto. Con la recessione alle porte, se non ora, quando puntare sul rilancio delle infrastrutture per ridare fiato al Paese, recuperare il terreno perso facendosi trovare pronti quando l’economia ripartirà?
Se si guardasse alla faccenda con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, i motivi per essere speranzosi sarebbero veramente pochi. Gli stanziamenti annuali in Italia sono assai distanti da quei 60 miliardi di euro ritenuti dagli esperti la soglia minima necessaria. Nella Legge finanziaria 2009, per esempio, non veniva rifinanziata neppure la cosiddetta Legge obiettivo e venivano addirittura tagliati gli investimenti ordinari alle Ferrovie (un miliardo circa) e all’Anas (300 milioni), mentre, come informa il presidente dei costruttori, Paolo Buzzetti, i comuni hanno smesso di pagare le aziende per non sforare il patto di stabilità interno. Nel frattempo in 4 anni sono stati spesi a pioggia 163 miliardi per opere del Genio civile, di cui meno della metà per nuove realizzazioni.
Un po’ di soldi (15 miliardi) il governo li ha recuperati grazie all’accordo recente con la Bei (Banca europea per gli investimenti) e altri 16 provengono dalla rimodulazione del piano infrastrutture. Ma forse è arrivato il momento di vendere sul serio parte del patrimonio pubblico da cui sono recuperabili almeno 100 miliardi di euro.
Nello stesso tempo è opportuno dare una scossa alla Cassa depositi e prestiti finora prodiga di impieghi con gli enti locali (78 miliardi nei primi 6 mesi 2008) ma assai lenta nel finanziamento di opere pubbliche (1,4 miliardi). Senza tralasciare l’idea, avanzata da Buzzetti, di un bond per le infrastrutture garantito dallo Stato come un Bot.
(Daniele Martini)

 

 

3. Puntare sul verde.
Il presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro.
Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio.
Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. “In più” sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, “una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge”.
Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione…). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni. Al di là delle polemiche con Bruxelles sugli oneri del pacchetto clima, investire sull’ambiente rappresenta un’opportunità che non va persa.
(Guido Fontanelli)

 

 

4. Più concorrenza.
Con la brutta aria che tira sull’economia parlare di liberalizzazioni non è molto di moda. Peccato, perché eliminare gli ostacoli che limitano la concorrenza costa poco (in certi casi nulla) e produce ricchezza. In due modi: da una parte abbassa i prezzi e quindi lascia qualcosa in più nelle tasche dei consumatori, che non è male; dall’altra crea nuove opportunità di lavoro.
Certo, non tutte le liberalizzazioni hanno rispettato le attese. Quella delle assicurazioni, per esempio, è stata un mezzo flop. Una che gli esperti di Altroconsumo considerano invece riuscita è quella dei medicinali: una recente inchiesta condotta da questa associazione di consumatori su 60 prodotti senza ricetta in 102 punti vendita ha mostrato che nelle farmacie si risparmia il 3,7 per cento rispetto al 2007, nelle parafarmacie l’11,4 e negli ipermercati il 20,9. E in più sono stati assunti nuovi giovani farmacisti.
C’è un ampio consenso sugli effetti benefici che avrebbe un analogo intervento sulla vendita dei carburanti, mercato nel quale ancora oggi, per una serie di norme regionali, aprire un nuovo distributore è difficile quasi quanto trovare un giacimento di petrolio. Nella segnalazione al governo e al Parlamento del 9 giugno scorso, il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà sottolineava che “le rigidità e le inefficienze della struttura distributiva incidono sul costo finale dei carburanti, con effetti che interessano l’intero sistema economico”.
L’autorità che vigila sulla concorrenza indica altri settori che vanno liberalizzati: la distribuzione del gas, il sistema ferroviario (le Ferrovie oggi offrono il servizio, gestiscono la rete e in alcuni casi regolano il mercato), i servizi pubblici locali (la cui riforma sembra finita nel cassetto), gli orari di apertura dei negozi, le assicurazioni, le professioni, dove i codici deontologici continuano a boicottare ogni tentativo di modernizzazione.
Il premio in palio è notevole: le liberalizzazioni, a regime, potrebbero provocare secondo uno studio della Prometeia una riduzione del livello dei prezzi al consumo dell’1,7 per cento e soprattutto un aumento del pil sempre dell’1,7 per cento. In tempi di vacche magre sarebbe una manna. Il ministro Giulio Tremonti dovrebbe insistere su questa strada.
(G.F.)

 

 

5. Una sola polizia.
Gli investimenti dall’estero in Italia rappresentano in media l’1,13 per cento del pil. Ma nel Mezzogiorno questa percentuale crolla allo 0,05 per cento: meno di un ventesimo. Un divario in parte causato dalla criminalità. Che non arretra, anzi per la mafia la crisi economica sta trasformandosi in un affare. Decapitata da una dura offensiva giudiziaria, Cosa nostra approfitta però del momento per costruire un mercato del credito parallelo, usando la liquidità accumulata anche grazie a una ripresa massiccia delle estorsioni. È un salto di qualità pericoloso: dalla riscossione delle tangenti sugli appalti al cofinanziamento delle opere. È l’allarme dell’economista Mario Centorrino, attento studioso dell’economia criminale nel Mezzogiorno.
Come reagire? “Si possono attuare, prima di tutto, misure a costo zero, come l’anagrafe dei conti correnti, che consentirebbe di monitorare gli spostamenti di denaro sospetti. E bisognerebbe soprattutto rendere ancora più efficace l’aggressione ai patrimoni mafiosi. Per esempio consentendo di unificare indagini personali e indagini patrimoniali, che oggi procedono separatamente”. Sui nuovi settori d’investimento criminale, sostiene Centorrino, è necessario un accurato lavoro d’indagine: “Penso a una commissione parlamentare ad alto livello che indaghi settori opachi come la sanità, il traffico di rifiuti, le imprese di pulizia, la grande distribuzione, perfino il fiorire di alberghi di lusso in contesti di assoluto degrado”. Con una premessa, però: “Nella lotta alla mafia, il soggetto che più pare mancare è la politica. Finché resterà il convitato di pietra, è difficile cambiare davvero le cose”.
E sul fronte della criminalità comune? “Bisogna cambiare la filosofia degli interventi” suggerisce il criminologo Ernesto Savona. “Finora si è data la caccia ai delinquenti. Dobbiamo, invece, imparare a individuare i luoghi che producono criminalità. Per dirla con uno slogan: dobbiamo inseguire i luoghi, non le persone. Pochi luoghi producono molta criminalità”. Un punto sul quale intervenire è il numero delle forze dell’ordine. “Abbiamo un terzo di poliziotti in più rispetto alla media europea” ricorda Savona. “Dobbiamo averne meno, unificando per esempio polizia e carabinieri, pagarli meglio, renderli più professionali. Insomma, spendere meno soldi per la sicurezza, ma in maniera più virtuosa”.
(Bianca Stancanelli)

 

 (...)


(B.S.)

www.panorama.it

 

 

Ndr: Aggiungiamo:

11. Eliminare le Province, le anacronistiche Regioni a Statuto speciale, le Circoscrizioni, gli Enti inutili, buona parte delle Comunità montane e le Prefetture;

12. Ridurre drasticamente il numero dei parlamentari e dei loro emonumenti;

13. Fare il "vero" Federalismo, composto da Comuni, Regioni e Stato centrale.

 

 

Per il momento potrebbe bastare.

A presto

Vittorio Baroffio


11.1.2009 - 18:53

 

 

 


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