Se il burqa fosse, come ha affermato Rosy Bindi, un «simbolo culturale» e «di civiltà», allora dovremmo dedurne che «simboli culturali» e «di civiltà» sono pure l'infibulazione, la segregazione e tutte le altre atrocità cui sono spesso sottoposte le donne islamiche in ragione dei dettami della shari'a. E' chiaro che ciò rappresenta un'assurdità e persino un insulto a quelle donne musulmane che cercano di liberarsi dalla violenza e dall'oppressione di cui sono vittime e che spesso pagano con la vita tale loro desiderio di emancipazione. Eppure bisogna chiedersi perché, in Italia, una cosa che dovrebbe essere scontata si riveli invece materia di discussione. Bisogna chiedersi perché il prefetto di Treviso giunga a ritenere legittimo l'uso del burqa e perché Rosy Bindi, candidata alla guida di un partito che nelle intenzioni dei suoi promotori dovrebbe essere «laico», «moderno» e «moderato», arrivi a considerarlo come un'espressione di civiltà.
Al fondo, oltre a una conoscenza superficiale dei problemi di cui si tratta, sta l'idea per cui qualsiasi cultura e qualsiasi religione, per il solo fatto di essere tali, meritino di essere difese e tutelate. E' come se non esistesse alcun principio sulla base del quale valutare se una cultura e una religione siano compatibili con quegli standard minimi di civiltà (in primis il rispetto della persona umana e della sua dignità) che l'Occidente e gli Stati che ad esso appartengono si sono dati per costruire una convivenza degna di tal nome. Difatti - ribadisce la Bindi intervistata ieri dal «Corriere della Sera» - «anche l'omologazione alla civiltà occidentale, se imposta, è una violenza». Non c'è più alcun discrimine, alcun Rubicone da superare: il multiculturalismo ideologico finisce per essere come la notte in cui tutte le vacche sono nere, cosicché non è più possibile distinguere se le cosiddette «espressioni culturali e religiose» portino davvero ad un arricchimento della nostra civiltà o se, al contrario, ne rappresentino la negazione.
Nonostante diversi esponenti dei partiti che si uniranno in matrimonio nel Pd abbiano preso le distanze dalla decisione del prefetto di Treviso e dalle dichiarazioni della Bindi, rimane il fatto che l'ideologia multiculturalista trovi proprio a sinistra le sue radici e i suoi più fervidi sostenitori. Tant'è vero che la pasionaria della Valdichiana ha subito ricevuto la solidarietà dei partiti appartenenti all'ala radicale dell'Unione. La sinistra, dunque, quella sinistra che in questi anni ha soffiato sul vento dell'auto-umiliazione e dell'auto-delegittimazione dell'Occidente come civiltà, raccoglie oggi i frutti della sua (cattiva) semina. Con un duplice risultato: da un lato (quello del Pd) non è in grado di proporre nessuna prospettiva di lungo periodo per affrontare i problemi legati all'immigrazione musulmana nel nostro Paese e al diffondersi in esso del fondamentalismo jihadista e dell'integralismo islamico - di cui il burqa è espressione; dall'altro lato (quello della cosiddetta «Cosa Rossa») non fa altro che alzare bandiera bianca o, peggio ancora, teorizzare e favorire lo sviluppo della «moltitudine» musulmana, anche clandestina, come nuovo soggetto politico che gode, senza alcun filtro e senza alcun controllo da parte dello Stato, dei medesimi diritti dei cittadini italiani.
In quest'ultima prospettiva il burqa diventa, assieme alla rivolta degli immigrati sollecitata dal ministro della Solidarietà Sociale, il rifondarolo Paolo Ferrero, il simbolo della tanto auspicata disgregazione del sistema sociale ed economico occidentale, ritenuto produttore di ingiustizia, di povertà e di discriminazione culturale e religiosa. In questa battaglia antagonistica si sposano, in maniera ben più solida di quanto stia accadendo ai post-comunisti e ai democristiani di sinistra col Pd, il noglobalismo radicale e il cattolicesimo di sinistra figlio del '68, delle marce di Assisi e di padre Balducci. Nel primo caso si tratta di una mera fusione a freddo di apparati, nel secondo di un vero e proprio connubio culturale e persino spirituale. E non è fortuito che a rappresentare questa seconda «vision» sia la cattolica Rosy Bindi, la candidata alla guida del Pd che più di tutti vuole mantenere il nuovo soggetto legato all'ala antagonista dell'Unione e salvare così la sua definizione di partito di sinistra.
Gianteo Bordero
bordero@ragionpolitica.it
12.10.2007 - 00:43