Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi preannuncia la presenza di 30mila soldati nelle città italiane allo scopo di salvaguardare l’ordine pubblico. L’opposizione di centrosinistra ribatte che – invece di mobilitare l‘esercito – bisognerebbe dare più risorse alle Forze dell’ordine (carabinieri polizia guardia di finanza). Ma i soldi non ci sono. Nel frattempo tre stupri a Roma in meno di venti giorni; a Lampedusa 1.300 immigrati sfondano i cancelli del Centro di raccolta per evitare di essere rimpatriati e sciamano per l’isola invocando – con i residenti – «libertà»; nelle città si moltiplicano i casi di rapina anche per pochi soldi i furti nelle abitazioni per non parlare delle aggressioni le morti e i ferimenti prodotti da guerra di bande anche giovanili. Che piaccia o no l’Italia è in emergenza da criminalità e da immigrazione clandestina.
Darne la colpa al governo di centrodestra in sella da poco più di sei mesi non ha senso. La cruda verità è che lo Stato italiano non riesce più da tempo ad assolvere i due antichi compiti che la dottrina politica assegnava allo Stato: difendere i propri cittadini da due pericoli; uno interno rappresentato dalla criminalità, che mette in pericolo i due diritti naturali cosiddetti patrimoniali dell’Individuo, la vita e la proprietà; l’altro esterno, incarnato dagli altri Paesi, una costante minaccia di aggressione militare, di invasione e di dominio politico ed economico.
Da allora, il mondo è cambiato. La criminalità è aumentata all’interno; il pericolo di guerra e di invasione armata è diminuito all’esterno e ha assunto una nuova dimensione. Perché la criminalità sia aumentata è presto detto: con l’urbanizzazione, il conseguente sovraffollamento delle città che produce disagio sociale, la crisi della religione – che in passato aveva una funzione di stabilizzazione – l’ossessiva ricerca di denaro per vivere, da parte dei ceti diseredati, che si traduce in sistematica violazione dell’ordine; e, da parte di quelli abbienti, la sete di sempre maggiore ricchezza, che si concreta nella corruzione politica e amministrativa, nell’utilizzo spregiudicato delle fonti (il caso dei sub-prime e dei derivati di ogni genere che hanno infettato la finanza mondiale) attraverso la manipolazione delle regole del gioco economico. I comportamenti devianti sfuggono, infine, alla prevenzione e persino alla repressione pubblica perché, a fronte della loro grande moltiplicazione e della loro capillare diffusione in tutti i ceti, si sono ridotte le capacità dello Stato di farvi fronte.
Perché il pericolo esterno di guerra e di invasione armata sia diminuito è altrettanto chiaro. Una volta, per conquistare nuovi mercati si doveva ricorrere alla guerra allo scopo di occupare nuovi territori. La dottrina dello «spazio vitale», che aveva legittimato le ambizioni del nazismo, non era solo il frutto del folle desiderio di dominio totalitario e razzista di Hitler; era anche la risposta alla domanda di nuovi mercati da parte della Germania, prospera e industrializzata, alla ricerca di nuovi sbocchi verso l’Est Europa e persino l’Unione Sovietica. Una distorsione in chiave bellica del dinamismo commerciale del capitalismo che, invece, bene utilizzato e regolato, avrebbe prodotto quella pace perpetua che Immanuel Kant (un tedesco !) e, prima di lui, le dottrine economiche liberali, da Adam Smith in avanti – che avevano teorizzato la divisione internazionale del lavoro come strumento di sviluppo mondiale – avevano intravisto nella creazione di un mondo più libero e più giusto.
Oggi, con la globalizzazione e l’apertura dei mercati mondiali, il potere economico passa sopra i confini politici, che non coincidono più con quelli economici. Per conquistare nuovi mercati, il capitalismo, privato e di libero mercato in Occidente; internazionalmente selvaggio, ma anche internamente controllato dallo Stato in Oriente, non ha più bisogno di conquistare nuovi territori. Gli basta varcare le proprie frontiere politiche. Lo aveva già previsto Karl Marx – nel «Manifesto del Partito comunista» del 1848 – quando aveva scritto che la borghesia avrebbe dislocato la propria produzione nei Paesi non industrializzati e invaso il mondo con i propri prodotti meno costosi e a minor prezzo. Il proletariato dei Paesi ricchi si sarebbe impoverito e sarebbero cresciute le probabilità di crollo del capitalismo per le sue stesse contraddizioni; sarebbe scoppiata la rivoluzione e l’umanità sarebbe passata allo Stato di transizione socialista prima di pervenire all’estinzione dello Stato e alla nascita della società comunista auto-gestita.
La previsione di Marx si è avverata solo in piccola parte. Ma è un fatto che i Paesi industrializzati si stanno impoverendo, a causa della concorrenza di quelli che la globalizzazione ha fatto uscire dall’arretratezza (Cina e India, ma anche Brasile, Sudafrica e altri), con il conseguente aumento della loro criminalità «da indigenza». Non si è avverata neppure la previsione di Lenin – di diretta derivazione marxiana – dell’esplosione dell’imperialismo come fase degenerativa internazionale del capitalismo. Ma, in compenso, al posto delle guerra di invasione, oggi ci sono le invasioni non cruente dell’immigrazione dai Paesi più poveri che cerca – e non sempre trova - in quelli industrializzati la sede del proprio riscatto economico e sociale.
Era, dunque, prevedibile che uno degli anelli più deboli della catena, l’Italia, cadesse, prima o poi, vittima delle due sindromi, quella criminale da povertà interna e quella da criminalità importata esterna. L’Italia avrebbe potuto farvi fronte, come ci fanno fronte, sia pure con difficoltà, altri Paesi industrializzati, se avesse avuto una moderna e pragmatica cultura pubblica; uno Stato bene organizzato e forte; leggi adeguate e una capacità di sanzione e di prevenzione che mostra, invece, di non avere. Metà del territorio, da Roma in giù, è controllato dalla criminalità organizzata (la camorra a Napoli e in Campania; la ’ndrangheta in Calabria; la mafia in Sicilia) che, ora, minaccia di estendersi pericolosamente da Roma in su, al Nord, alla ricerca di investimenti legali dei propri profitti criminosi.
Al Sud, dove comanda, la grande criminalità, per il momento, assolve, paradossalmente, anche un compito dello Stato: controlla e impedisce la diffusione di quella che è chiamata «piccola criminalità» (aggressioni di strada, furti nelle abitazioni, eccetera) e si serve di quella da immigrazione come bassa manovalanza anche per l’espletamento di attività marginali al crimine. Al Nord, dove la grande criminalità non domina ancora, lo Stato mostra la corda nella prevenzione e nella repressione della «piccola criminalità». Ma, in compenso, sembra maggiormente in grado di assorbire nel processo produttivo, come manodopera, l’invasione esterna dell’immigrazione. Il risultato è che il Paese è spaccato in due ed esposto in modo diverso, ma ugualmente inquietante, al crimine per carenza dello Stato. Montesquieu scriveva già, a metà del Settecento, che a fondamento della libertà ci doveva essere la capacità dello Stato di garantire la sicurezza ai propri cittadini.
Lo Stato, in Italia, c’è dove non dovrebbe esserci – nel bloccare lo sviluppo economico e mortificare il cittadino con un eccesso di leggi, regolamenti, procedure amministrative, divieti, una Pubblica amministrazione ottusa e invasiva (plurimae leges, corruptissima res publica) – e non c’è dove dovrebbe esserci: a controllare il territorio e a garantire la sicurezza alla gente per bene.
Piero Ostellino
26.1.2009 - 19:38