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Ecco come funzionerà il Pdl

Sarà un partito principe o un partito del principe? Sarà democratico e carismatico o carismatico e basta? Sarà l’apoteosi del potere di Silvio Berlusconi o permetterà l’affermarsi di altri leader? Non è obbligatorio scomodare Antonio Gramsci, ma c’è da scommettere che molti si ricorderanno del più grande pensatore politico del Novecento italiano dopo aver letto lo statuto del Popolo della libertà, che Panorama anticipa.

Alla vigilia del congresso fondativo, previsto alla nuova Fiera di Roma tra il 27 e il 29 marzo, le 20 pagine, i 43 articoli e le norme transitorie sono ancora in discussione, ma l’impianto complessivo del Pdl è già chiaro.

 

Il presidente
Il passaggio chiave dello statuto è l’articolo 14: «Il presidente del Popolo della libertà è eletto ogni tre anni dall’assemblea congressuale, con apposita votazione, anche per alzata di mano». E tutto sarà saldamente in mano sua: «Ha la rappresentanza del partito, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche (…). Convoca e presiede l’ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale. Ne stabilisce l’ordine del giorno». E soprattutto «procede alle nomine degli organi del partito e assume le definitive decisioni».

È il cesarismo di cui ha parlato qualcuno? Non ci sono dubbi che il presidente abbia grandi poteri. E non poteva essere altrimenti. La storia di Forza Italia e la sua genesi, lo «sdoganamento» e la successiva evoluzione di Alleanza nazionale, il percorso politico del Cavaliere e la creazione di una classe dirigente che da lui ha ricevuto investitura e impronta conducono inevitabilmente alla costruzione di un partito carismatico.

Il carisma è la materia prima di Berlusconi, l’ingrediente fondamentale del suo successo politico, la lezione che ha segnato l’evoluzione dei partiti a lui avversi che sono stati costretti a reinventarsi sulla sua scia e a cercare anch’essi (come Walter Veltroni ha imparato a sue spese) leader carismatici. Attendersi dal Pdl la prosecuzione della tradizione politica del Novecento sarebbe un controsenso. È la certificazione di una rottura già avvenuta nel 1994.

 

Gli organi
Quelli principali sono sette, elencati nell’articolo 10: «L’assemblea congressuale, l’ufficio di presidenza, il comitato di coordinamento, la direzione, il consiglio nazionale, l’assemblea dei parlamentari e la conferenza dei coordinatori regionali». Sono tutti organi di eletti o nominati, la struttura portante del Pdl. Tra questi il coordinamento è il link diretto con il leader. Secondo l’articolo 15 sarà composto da tre membri (due provenienti da Forza Italia e uno da An) su proposta del presidente. L’organo collegiale più importante sarà l’ufficio di presidenza composto dal presidente, dai tre coordinatori, dai capigruppo e vicecapigruppo di Camera, Senato e Parlamento europeo e da altri 20 membri eletti dal congresso su proposta del presidente.

Tutti faranno parte di diritto della direzione nazionale (articolo 16) composta da 120 membri eletti dal congresso, «eventualmente anche con lista prevalentemente bloccata». È questo il nocciolo duro del Pdl, il motore del partito che «concorre alla definizione delle linee politiche programmatiche».

 

Il territorio
Un partito di solo vertice nazionale? In Forza Italia e An si sono posti il problema del collegamento con il territorio e la soluzione è stata trovata con la creazione di un consiglio nazionale (articolo 17) che, oltre ai parlamentari nazionali ed europei, ai componenti del governo, accoglie i coordinatori regionali e provinciali e di città capoluogo, assessori e consiglieri regionali, sindaci dei comuni capoluogo, presidenti di provincia e di regione, capigruppo e vicecapigruppo dei consigli comunali e provinciali delle aree metropolitane e capoluogo di regione. Un esercito complicato da gestire, tanto che «di norma si riunirà una volta l’anno».

La struttura piramidale del Pdl si completa con la nomina dei coordinatori regionali e dei loro vice. Ancora una volta, sarà il presidente (entro tre giorni dalla sua elezione) a sceglierli. Quest’architettura consentirà al leader di controllare il partito sul territorio, a cascata fino alle province, ai comuni e alle aree metropolitane. Su quest’ultimo punto c’è un’innovazione. L’articolo 19 ter dello statuto prevede 16 aree metropolitane che godono di una rappresentanza speciale e di un coordinamento specifico: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Palermo, Bari, Venezia, Bologna, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Sassari e Trieste.

 

I giovani e il partito internet
Per iscriversi al Pdl basta aver compiuto 14 anni. È chiara la scelta di coinvolgere i giovani nella politica. Altro elemento interessante che tiene conto dell’evoluzione degli stili di consumo giovanili (e non) è la codificazione all’articolo 9 dell’importanza politica di internet: «Il Popolo della libertà nella sua organizzazione nazionale e territoriale si avvale di siti web ufficiali, dove pubblicare le deliberazioni, registrare le adesioni e gestire consultazioni, anche periodiche, su temi di rilievo».

Problema: cosa ne sarà dei movimenti giovanili dei due partiti? Azione giovani in passato non ha nascosto la sua ferma volontà di restare elemento distinto e autonomo dal partito. La soluzione è agli articoli 33, 34 e 35 della bozza di statuto, dove si prevede l’affiliazione di «circoli territoriali o tematici, anche telematici», cioè di «libere associazioni di cittadini che si propongono di sviluppare iniziative culturali, sociali e politiche volte alla diffusione delle idee del Pdl». I circoli sono vicini al partito ma non sono il partito e non rappresenteranno uno strumento per lanciare una scalata nel partito.

 

Le donne
Il lessico è importante, è la forma che diventa sostanza. Qualcuno direbbe che siamo di fronte al rituale del politicamente corretto, tuttavia non passa inosservato l’articolo 1: «Il Popolo della libertà è un movimento di donne e uomini». Negli articoli successivi il riferimento a «cittadine e cittadini» è una costante dello statuto. Dalla sinistra si mutua il linguaggio della differenza di genere, ma non lo si declina in quote d’accesso alle cariche elettive e di partito.

L’avversione per la politica delle «quote panda» nel centrodestra è nota, ma è anche vero che la questione dell’alternanza tra uomini e donne in lista è stata già fonte di discussione. Le liste per le elezioni europee saranno il primo banco di prova.

 

Il terreno comune
Il lavoro sullo statuto è ancora in corso, il risultato finale sarà un compromesso tra la forza carismatica di un leader come Berlusconi e la rivoluzione conservatrice guidata da Gianfranco Fini. Il terreno comune c’è, è quello della «destra nuova» descritta da Alessandro Campi e Angelo Mellone in un volume edito dalla Marsilio: «Né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, postideologica e modernizzatrice». È il terreno comune in cui s’incontrano Forza Italia e An. Vedremo fin dall’applicazione dello statuto se saranno capaci di coltivarlo.

 

 

mariosechi.net

Panorama

 


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