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UE, ONU e «Mare Vostrum»

Clandestini: le contraddizioni di Europa e Nazioni Unite.

Se per gli antichi Romani il Mediterraneo era notoriamente «Mare Nostrum», navigato in lungo e in largo dai legni imperiali e quindi regolato, finché Roma ne fu padrona, da una comune autorità centrale, oggi che tale mare è condiviso anche giuridicamente da tutti i Paesi che vi si affacciano, la conseguente disparità di regole rischia, sotto il peso crescente dei flussi immigratori clandestini, di creare il caos. E in particolare la latitanza che l’Unione europea e l’ONU dimostrano, non a parole ma in concreto, per i problemi generati da questa frontiera meridionale, lo fanno appropriatamente ribattezzare «Mare Vostrum» (locuzione peraltro solo ad effetto perché la dizione latina imporrebbe l’uso di «Vestrum»).
Pur esistendo in teoria norme comuni, l’UE infatti si sottrae continuamente ai suoi compiti, come se il problema fosse solamente della Spagna (Paese che peraltro ha adottato politiche drastiche contro l’immigrazione clandestina non esitando neppure a fare uso, all’occorrenza, di armi) o dell’Italia, che diventa (senza che a Bruxelles o a Ginevra se ne siano mai resi ben conto) il più vulnerabile dei Paesi mediterranei, vuoi per la lunghezza delle sue coste, vuoi per essere eletto dai clandestini come preferito punto transitorio di approdo in quanto Paese dell’«area Schengen». Di fronte alla politica adottata ultimamente dall’Italia di respingimento dei clandestini (politica, si difende Roma, attuata nell’ambito di comuni accordi stretti con la Libia), sia la Commissione europea sia l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) intervengono per proteggere il diritto d’asilo e si preoccupano di che fine potrebbero fare i migranti in cerca d’asilo una volta rispediti in Libia, un Paese sul quale, dicono, non si può fare affidamento per il rispetto dei diritti umani. Ma è qui che cominciano a nascere le contraddizioni. Se la Libia è quell’inferno che viene descritto, l’UE e l’ONU improvvisamente si dimenticano che non troppo tempo fa, proprio la Libia è stata scelta dalle Nazioni Unite per presiedere i lavori della commissione preparatoria di Durban2, come esempio di lotta al razzismo e alla xenofobia. E, ancora prima, Tripoli era stata eletta alla presidenza della Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, incarico che aveva ricoperto fino al 2006. In sostanza: o la Libia deve essere considerata affidabile nel campo dei diritti umani, e di conseguenza la scelta dell’Italia di respingere i clandestini alla volta di Tripoli non crea alcun problema giuridico di carattere internazionale dal momento che i diritti dei rifugiati vi verrebbero tutelati, o l’ONU è incorsa in un errore di valutazione del Governo di Tripoli, indegno degli incarichi che gli erano stati affidati.
Un’altra contraddizione nasce poi dall’esame del testo della Convenzione di Ginevra sullo stato dei rifugiati adottata dalle Nazioni Unite nel 1951. La Convenzione definisce un rifugiato come chi scappa da persecuzioni legate a fede religiosa, razza, cittadinanza, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o politico. La stessa Convenzione (punto F.b.) esclude però dallo stato di rifugiati coloro che «hanno commesso un crimine grave di diritto comune fuori dal Paese ospitante prima di essere ammessi come rifugiati». Vero rifugiato o falso rifugiato? Se è vero che non si può fare di ogni erba un fascio e se è altrettanto vero che la Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra, la realtà dice che le coste libiche sono il punto di raccolta di emigranti clandestini che provengono da Paesi come Algeria, Ciad, Egitto, Nigeria, Sudan, Tunisia, tutti Paesi dove invece è entrata in vigore la Convenzione. Se l’ONU volesse, l’accertamento della legittimità dei rifugiati potrebbe svolgerlo addirittura in ciascuno di tali Paesi, evitando così sia la presenza di criminali nei punti di partenza, sia il taglieggiamento cui viene sottoposto nella fase finale chi può dimostrare di avere i requisiti per essere costretto ad emigrare in base alle motivazioni contemplate dalla Convenzione. Più realistica ancora sarebbe l’ipotesi, che sembra trovare concorde il commissario UE Jacques Barrot, di aprire in Libia un punto gestito dall’UE o dall’UNHCR per trattare all’origine la questione dei flussi di immigrati clandestini. Un filtro che dovrebbe salutare positivamente sia chi è fautore della Convenzione di Ginevra, sia chi appartiene a un Paese dell’area Schengen, perché è in quest’area che gli immigrati alla fine si distribuiscono.
Ma non basta. Se all’ONU compete un certo tipo di interventi (ma da svolgere in concreto), altri compiti spettano a Bruxelles per evitare in futuro scontri diplomatici come quello che si è recentemente verificato proprio sugli immigrati clandestini tra Italia e Malta in seguito al caso Pinar. Il mercantile turco ha posto in salvo immigrati trovati su un barcone, ma è rimasto quattro giorni in alto mare perché né l’Italia né Malta volevano autorizzarne lo sbarco. Poi l’Italia ha deciso di accogliere i clandestini, ma si è aperto un contenzioso. Il mercantile si trovava infatti in acque territoriali maltesi, anche se il porto più vicino era quello di Lampedusa. Malta, isola di 400 mila abitanti e membro dell’Unione europea, sostiene che non è in grado di accollarsi pesi impossibili da gestire, anche se per questi «pesi» La Valletta riceve da Bruxelles aiuti per ben 7,3 milioni di euro. L’Italia protesta non solo per la diversa interpretazione degli accordi internazionali in tema di assistenza marittima, ma soprattutto per il fatto che la Penisola, con altra dimensione in termini di coste, riceve dall’UE soltanto 17,3 milioni di euro e si trova ad intercettare, per ragioni umanitarie, flussi di immigrati provenienti soprattutto dalla Libia e dalla Tunisia che transitano prima in acque maltesi o in acque internazionali prossime all’isola. Un punto sul quale Bruxelles non può non fare chiarezza.

 

 Gerardo Morina

 


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