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Parlamento pletorico

Il gesto simbolico che sintetizza il Berlusconi di ieri, mattatore all’assemblea di Confindustria, arriva quando Emma Marcegaglia gli lancia un appello: «Presidente, ha un consenso straordinario: lo usi per fare adesso le riforme necessarie». E il premier, seduto in prima fila accanto al presidente della Camera Gianfranco Fini e a Giorgio Fossa, fa il gesto di rimboccarsi le maniche e mostrare i muscoli.
E i muscoli li mostra eccome, infiammando il parterre degli industriali. «Emma ci ha invitato a utilizzare la maggioranza per fare le riforme - parte in quarta un Cavaliere particolarmente incline a metafore -. Io, che mi sono sempre sentito un rivoluzionario, ritengo che le rivoluzioni siano più facili delle riforme». Il nodo sta tutto lì: la complessità di cambiare radicalmente il sistema Italia, avendo sempre come faro la politica del fare. «Avete un governo che per la prima volta è retto da un imprenditore e da una squadra di ministri che sembrano membri di un cda per la loro efficienza. Dobbiamo però fare i conti con una legislazione da ammodernare perché il premier non ha praticamente nessun potere. La Costituzione è stata scritta dopo il fascismo e quindi tutti i poteri sono stati dati al parlamento che è pletorico». Camere che, quindi, andrebbero modernizzate anch’esse e la platea applaude convinta. «Pensate che ci sono 630 deputati quando ne basterebbero 100 e qualche cosa... Insomma, come il Congresso americano». Però c’è un però. E via con un’altra calzante metafora: «È chiaro tuttavia che per arrivare a questo servirebbe un disegno di legge di iniziativa popolare perché non si può chiedere ai capponi e ai tacchini di anticipare il Natale». Tema, quello della riduzione del numero dei parlamentari, sottoscritto in serata anche dal presidente della Camera Fini che ammette: «Montecitorio può effettivamente essere giudicata pletorica, ma certo non può essere definita inutile o dannosa».
Berlusconi è di buon umore e senza dubbio tonificato dal tema caldo di queste ore: la sentenza Mills. Sulla giustizia, giura, nessuna esitazione: «Metteremo tutto il nostro impegno nella riforma della giustizia penale e non ci fermeremo fino alla divisione delle carriere». Dal palco, in principio, Berlusconi sembra quasi tentennare; poi quasi si sfoga: «Oggi leggo sui giornali che non si possono criticare i giudici. Be’, io, come tutti i cittadini, ho diritto di criticare i giudici». Sottolinea le parole: «Io sono esacerbato e voglio dichiarare pubblicamente la mia indignazione. Io ne sono fuori perché abbiamo il lodo Alfano che sposta la prescrizione e poi ho le spalle larghe: più mi picchiano e più mi rinforzano. Ma un cittadino normale in questa situazione paga un prezzo troppo alto». La giustizia penale? «Una patologia nel nostro sistema». E poi ripercorre il caso Mills («sentenza scandalosa scritta da giudici estremisti») e spiega la vicenda infiocchettata con un’altra metafora nei confronti della toga milanese Nicoletta Gandus: «Nessuno accetterebbe José Mourinho (allenatore dei nerazzurri, ndr) come arbitro di una partita Inter-Milan». Altro nodo fondamentale è la separazione delle carriere: «Gli accusatori, quando andranno a parlare con il magistrato giudicante, dovranno farlo esattamente come lo fa l’avvocato della difesa, cioè telefonando, fissando un appuntamento, bussando a una porta, entrando con il cappello in mano e dandogli del lei. Fino a quando non sarà così - è l’amara constatazione del premier - nessun italiano sarà sicuro di avere un giusto processo». Gli industriali annuiscono e parte l’ennesimo battimani. Così come apprezzano le analisi sulla crisi economica. «Il fattore psicologico della crisi è davvero pesante e se incrementato con la paura e il catastrofismo può rendere più profonda la crisi e le sue dimensioni». Quindi, si auspica il premier, «è interesse di tutti allontanare la paura e sono addolorato quando certi giornali cantano la canzone del pessimismo e del catastrofismo». Poi, un consiglio alle imprese: «Diffondete ottimismo e date vita a alleanze e consorzi».

 A Berlusconi ottimismo e positività non mancano: «L’Italia è in una situazione migliore degli altri Paesi rispetto alla crisi. Il sistema bancario è più solido perché non intaccato dai derivati e dai titoli tossici» e poi questo governo «è stato vicino a chi ha perso il lavoro». Andare avanti su questa linea, quindi, rivendicando quanto fatto di buono fino a oggi. Sulle banche, per esempio: «Non era così scontato il nostro intervento perché all’inizio, a ottobre, altri Paesi erano scettici e hanno assistito inermi alla caduta di alcuni grandi gruppi bancari». Oppure sulla scuola e sull’università: «Siamo per il merito e seppure in mezzo a difficoltà infinite e contrasti continui siamo determinati ad andare avanti».

 

Francesco Cramer 

 

 


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