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Fottiti casta

 

Non è soltanto il Governo, è l'Italia intera che annaspa per un disperato bisogno di soldi. Leggiamo sui giornali sempre nuovi progetti o semplici proposte che tuttavia hanno come elemento comune il suggerire nuove spese. Mai, o quasi mai che si indichi come trovare nuovi soldi o, come ci si esprime in politichese, nuove risorse. In realtà, tra le poche proposte sensate fatte prima delle elezioni del 2008, ci fu la proposta di riorganizzazione amministrativa e, in particolare, di abolizione di enti inutili quali le Provincie. Naturalmente la struttura partitocratica (che è di stampo mafioseggiante, obliqua a tutti i partiti) reagì vigorosamente, come sempre succede quando si tratta di salvaguardare il sistema di distribuzione delle poltrone sul quale i partiti fondano il loro potere. La difesa delle Province si concentrò sull'importanza delle funzioni da loro svolte. Un argomento puramente retorico, che tuttavia riuscì nel buttare fumo negli occhi dell'opinione pubblica: era invece ovvio che l’abolizione di una struttura burocratica, come le Provincie,  implicitamente comporta che le funzioni operative svolte da queste passino ad altri organi amministrativi, quali le Regioni.
E' ovvio che quando si parla di abolizione delle Provincie non si intende abolire la manutenzione delle strade provinciali, la  protezione civile o la tutela dei beni demaniali. Queste funzioni possono essere semplicemente e, probabilmente più efficentemente passare a enti con competenza allargata ad ambiti territoriali più vasti, come le Regioni. Ci si poterebbe chiedere quale sarebbe il vantaggio derivato dalla abolizione di un ente territoriale quale la Provincia, se poi il suo apparato burocratico viene trasferito di peso sotto le insegne di un altro ente, la Ragione.  L'argomento non è infondato, ma vale solo per il breve periodo. In un primissimo momento probabilmente non vi sarebbero grandissime differenze, salvo il risparmio di spesa per il sostentamento dei consiglieri provinciali, dei loro presidenti, vicepresidenti, delle commissioni, dei consulenti (che a volte hanno paghe da nababbi), delle auto blu, dei palazzi occupati e della loro manutenzione. Sul medio e lungo periodo, tuttavia, si aggiungerebbe una riorganizzazione delle competenze, con un più efficiente coordinamento sia a livello operativo che burocratico. Sembra poco? Detto così forse, ma in termini monetari significa milioni di euro risparmiati e, auspicabilmente, milioni di euro sbloccati e immessi nel mercato. Con conseguenza che non possono che essere positive, non solo per le casse dello Stato, ma anche per i semplici cittadini.
Quali sono gli argomenti delle forze contrarie (politicamente trasversali a maggioranza/minoranza)? Si difendono le poltrone della politica simulando la difesa di cosìddette palestre di democrazia, come se la democrazia necessitasse di allenarsi nei corridoi dei palazzi provinciali e, con argomenti più convincenti per un'opinione pubblica in cui non vi è famiglia che non abbia almeno un dipendente della Pubblica Amministrazione, ponendo il problema della perdita di posti di lavoro. Anche quest'ultimo argomento non va sopravvalutato: in un primo momento, subito dopo l'abolizione degli enti Provincie, non vi sarebbe alcuna perdita di posti di lavoro: gli ex dipendenti – pubblici – delle Provincie continuerebbero a fare i dipendenti – pubblici – presso le Regioni. Certamente l'immissione di nuova forza lavoro nelle regioni provocherà un'esigenza di coordinamento che potrà portare a trasferimenti di personale ed al differimento di nuove assunzioni. Ma questo sarebbe un piccolo prezzo politico da pagare per un enorme risparmio in termini monetari e, auspicabilmente, a grandi vantaggi in termini di efficienza organizzativa.Questi vantaggi diverrebbero ancora maggiori se, oltre alla abolizione di qualche decina di Provincie si provvedesse alla riorganizzazione di migliaia di Comuni nonchè alla abolizione o riorganizzazione di enti territoriali costosissimi ed inefficienti come le Comunità Montane, gli Enti di Bacino eccetera.Stranamente è un fatto poco menzionato, ma in Italia ci sono migliaia di Comuni che hanno una popolazione di poche centinaia di abitanti, spesso inferiore agli abitanti di un palazzo della periferia di una grande città, tanto per capirci. Questi piccoli comuni hanno sindaci, consiglieri comunali, assessori, consulenti, nonchè segretari comunali, dipendenti comunali, vigili urbani, insomma tutte le spese proprie di un ente territoriale, spese che sono enormemente superiori alla loro capacità di auto-finanziarsi con le imposte dei loro cittadini questa struttura (immaginiamoci se ogni palazzo della periferia romana o milanese dovesse finanziare una simile struttura!). E quindi, per finanziarsi, prendono soldi dallo Stato. E sono tanti soldi.  In altri Paesi, molto democratici e per questo molto attenti e rispettosi dei soldi pubblici, che sono i soldi di tutti, si è da tempo provveduto ad una riorganizzazione dei distretti comunali, imponendo ai Comuni con popolazione inferiore ad un certo numero di provvedere alla loro concentrazione con altri Comuni limitrofi. Là si sono ottenuti molti vantaggi in termini di risparmio di spesa e di efficienza dei servizi pubblici.
E in Italia? E' realistico sperare che qualche Governo si spenda per una seria riorganizzazione degli enti pubblici territoriali? Per sperarlo davvero ci vuole una buona dose di ottimismo della volontà, perché il pessimismo della regione ci ricorda che i partiti hanno bisogno di poltrone, che in Italia il consenso politico (i voti!) si crea con i favori, le raccomandazioni, i posti fissi e le consulenze: tutte attività che hanno bisogno di tanti enti, più ce ne sono e più la politica riesce a finanziarsi ed ad estendere i suoi tentacoli viscidi, che uccidono la speranza di realizzare un Paese migliore.

 

Andrea Amati

 

Ndr: Titolo originale dell'articolo: I soldi di tutti 

 

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