Oggi Berlusconi ha detto: ''Rileggete il mio discorso del 1999 in occasione del decennale della caduta del muro di Berlino''. Eccolo:
Siamo qui, oggi, per festeggiare una ricorrenza di libertà: il decennale della caduta del muro di Berlino.
La caduta di quel muro ha segnato la fine di una tragedia, di un incubo, di un’epoca, ma ha segnato anche l’inizio di un’altra era, l’inizio cioè di quel processo dinamico che supera le frontiere, integra i mercati, i capitali, le tecnologie, l’informazione, un processo a cui si dà il nome di «globalizzazione».
Da allora la globalizzazione e le sue tecnologie hanno creato e creeranno sempre più un solo villaggio globale, un solo mercato mondiale, e permettono già ora a milioni di uomini di comunicare liberamente tra loro e di scambiarsi informazioni, dati, denaro, contratti, musica, tv.
In questo senso la caduta del muro di Berlino ha sostituito la guerra fredda con un nuovo sistema di relazioni economiche e politiche; ha aperto il mondo alle energie del futuro; ha unito più strettamente quegli uomini e quei Paesi che credono nella libertà.
Se il nuovo secolo fosse cominciato col comunismo ancora al potere nell’Europa dell’Est, tutto questo forse non sarebbe stato possibile.
Dieci anni fa, dunque, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino e mezza Europa riconquistava la libertà. Perché siamo qui, noi, a festeggiare questo anniversario? Siamo qui nonostante il comunismo non sia ancora morto, anzi è vivo e vegeto nel mondo, e sottomette ancora a sé e ai suoi regimi più di un miliardo di uomini e donne, siamo qui nonostante l’Italia sia l’unico Paese dell’Occidente nel quale il muro non è caduto del tutto, e nonostante una minoranza vetero e post-comunista controlli il governo del Paese. Nonostante questo, siamo qui e festeggiamo perché siamo assolutamente certi che quel muro, quel monumento plumbeo al «Dio che è fallito», quel muro che ha sequestrato mezza Europa nel recinto dell’ateismo e del totalitarismo, quel muro non sarà mai più ricostruito in nessuna forma, in nessuna parte del nostro continente.
Siamo qui infine e festeggiamo perché un comunismo è morto, ed è stato il comunismo originario, quello della grande utopia e della grande violenza, quello che ha prodotto decine di milioni di morti. La cifra complessiva delle vittime lascia inorriditi e senza parole: nell’insieme il potere comunista ha eliminato oltre cento milioni di persone.
Dopo la conquista del potere in Russia nell’ottobre 1917, il comunismo si è esteso, alla fine della Seconda guerra mondiale, a tutta l’Europa orientale occupata dall’Armata rossa e, nel 1949, alla Cina, con l’eccezione dell’isola di Taiwan. Salta agli occhi che nell’area dominata dal comunismo sono entrati, col tempo, Paesi diversissimi tra loro quanto a tradizioni culturali, livelli di civiltà e di sviluppo economico. Eppure queste differenze non hanno impedito che il risultato fosse ovunque lo stesso: condizioni di estrema miseria economica nel quadro di una dittatura terroristica e poliziesca. L’impressione, insomma, è quella di un gigantesco maglio che, abbattendosi su realtà pur assai diverse tra loro, le abbia livellate tutte al punto di ridurre Paesi di forti tradizioni democratiche e di alto sviluppo industriale, come la Cecoslovacchia, al rango di nazioni sottosviluppate.
Non è questa l’occasione per indugiare sul numero dei morti che l’esperimento del comunismo è costato all’umanità, né sulle modalità dello sterminio che sono state le più varie. Il libro nero del comunismo credo che l’abbiamo letto tutti. Se non l’avete ancora letto vi dico che è vostro dovere leggerlo e rileggerlo.
Ritengo invece che questa sia una occasione da non perdere per ricordare soprattutto ai giovani, e sottolineare ancora una volta, il sistema dei principi ideologici che hanno ispirato il comportamento delle élite comuniste al potere.
L’utopia del comunismo
Il primo punto da ricordare è la concezione marxista della storia. Per Marx e Lenin la storia è un corso di eventi che, attraverso un lungo e tormentato processo, è finalizzato al raggiungimento di una meta ultima, di un approdo definitivo: il comunismo. La società comunista, in questa visione, appare come una società senza più contrasti di classe, senza conflitti, senza diseguaglianze, una società priva di tutte le ingiustizie e le sofferenze che hanno segnato le comunità umane del passato. È la società dell’eguaglianza, e insieme della libertà: dove tutti danno con il loro lavoro ciò di cui sono capaci e tutti ricevono in cambio ciò di cui hanno bisogno. È l’isola di Utopia. È, in una parola, la Gerusalemme celeste trasferita in terra.
Sulla inevitabilità del passaggio al socialismo
Dall’altra parte c’è il capitalismo. La società borghese appare a Marx come l’ultima società divisa in classi. Infatti la concorrenza, il mercato, eliminano progressivamente i pesci piccoli a favore dei grandi. Le piccole e medie imprese vengono progressivamente assorbite o espulse dal mercato a vantaggio delle grandi imprese che, attraverso la concentrazione del capitale, diventano sempre più grandi fino a costituirsi come veri e propri oligopoli.
A quel punto, a un estremo della società ci sarà un pugno di grandi pescecani, e all’altro estremo la massa sterminata dei lavoratori salariati, nelle cui file saranno finiti, nel frattempo, anche i ceti piccolo borghesi. Senza nessun particolare bagno di sangue, una normale consultazione democratica potrebbe dare, a quel punto, il potere al proletariato, togliendolo dalle mani dei pochi grandi capitalisti. Democrazia della stragrande maggioranza e dittatura del proletariato sarebbero così la stessa cosa.
Marx prevedeva che il passaggio al socialismo e, poi, al comunismo, dovesse avvenire nelle società ad alto sviluppo capitalistico. Ma Lenin scatenò la rivoluzione socialista in un Paese ancora arretrato e a schiacciante prevalenza contadina come la Russia zarista. Il bagno di sangue, che sarebbe stato superfluo in una società dove la stragrande maggioranza fosse stata rappresentata dal proletariato di fabbrica, divenne invece inevitabile in un Paese dove la classe operaia era esigua minoranza.
La teoria del Partito Comunista
Qui si inserisce la teoria del Partito Comunista sviluppata da Lenin. Per Lenin, il partito è insieme il detentore della verità, l’avanguardia della classe operaia, la coscienza stessa della classe operaia: il partito rappresenta sempre gli interessi della classe, anche quando nella coscienza dei singoli i suoi obiettivi e le sue decisioni non trovano alcuna rispondenza.
Se si tiene presente la concezione della storia come processo indirizzato verso un fine ultimo – e se si tiene presente che il fine ultimo, cioè il comunismo, è il regno della libertà, del benessere e dell’emancipazione di tutti gli uomini –, è facile capire come si abbia il diritto, anzi il dovere, di liquidare con la forza chiunque faccia ostacolo a questo corso delle cose. Quindi nessuno scrupolo a reprimere migliaia e anche milioni di uomini quando ne vada del riscatto dell’intera umanità.
È questo l’aspetto per cui il marxismo-leninismo è un fondamentalismo ideologico e religioso, seppure di una religione senza Dio.
L’economia concentrata nelle mani dello Stato
Ma c’è un’altra questione importante da toccare: che cosa, nella visione marxista, rende così desiderabile l’approdo al comunismo?
La risposta è: l’abolizione della proprietà privata. Dal punto di vista di Marx la proprietà privata rappresenta l’origine di tutti i mali, cioè delle differenze sociali tra ricchi e poveri, e in particolare rappresenta la causa dello sfruttamento di classe, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La prima fase del comunismo, cioè il socialismo, estirpa questa radice del male nel mondo, abolendo il regime della proprietà privata e sostituendo a esso quello della proprietà pubblica di tutti i mezzi di produzione. L’economia è concentrata così nelle mani del potere pubblico, cioè dello Stato: in questo modo è eliminata la competizione, cioè la concorrenza degli uni verso gli altri; è eliminato il mercato, compreso quello del lavoro, e, con il mercato, è eliminata la guerra di tutti contro tutti, il bellum omnium contra omnes, l’homo homini lupus di hobbesiana memoria.
Lo Stato, da parte sua, dirige l’economia secondo un piano teso all’interesse di tutti, realizzando così non l’interesse particolare dell’imprenditore privato, bensì il bene comune. Sulla base del monopolio statale dell’economia, si erge così a dirigere la vita dell’intera società il Partito, unico detentore del potere politico ed economico.
Il fallimento della rivoluzione comunista nell’Europa occidentale
L’analisi di Marx, lo sappiamo, non ha trovato alcuna conferma negli eventi storici. Ciò che determinò il fallimento della sua analisi circa la progressiva scomparsa dei ceti intermedi e la inevitabile polarizzazione della società in due soli campi contrapposti – da una parte un pugno di magnati del grande capitale e, dall’altra, un mare di proletari, per lo più operai delle grandi industrie – fu che lo sviluppo dell’economia prese tutt’altro corso.
Lo sviluppo della grande industria aveva determinato, già dalla fine del secolo scorso, insieme alla concentrazione dei capitali, la rinascita di ceti intermedi, di una nuova piccola borghesia, in parte dedita ad attività produttive autonome, in parte impiegata nei servizi e nell’amministrazione pubblica.
E fu appunto l’esistenza di questo vasto ceto medio che, dopo il 1917, segnò il fallimento della rivoluzione comunista nell’Europa occidentale, dove, per di più, grazie all’azione del sindacato operaio nel rispetto della legge del mercato, non si era verificata quella caduta dei salari a livello zero annunziata da Marx. E questa fu la confutazione del marxismo da parte del socialismo riformista.
Miseria e violenza dell’esperimento comunista
Ho voluto richiamare, sia pure in estrema sintesi, questi principi ideologici perché solo così si può spiegare gran parte di ciò che è avvenuto nel mondo comunista. L’economia collettivizzata si rivelò presto un fallimento. È vero che l’Unione Sovietica, attraverso i piani «quinquennali», mise in moto un rapido processo di industrializzazione. Ma ciò avvenne riducendo alla fame il mondo contadino, espropriando, deportando e massacrando i piccoli e medi coltivatori, e concentrando ogni sforzo nella creazione di una grande industria pesante che fu finalizzata, sin dall’inizio, alla produzione di armamenti, cioè alla trasformazione dell’Unione Sovietica in una grande potenza militare; lasciando invece languire nella più totale arretratezza l’industria leggera destinata a produrre beni di consumo per la società. Il risultato fu che l’Unione Sovietica divenne una superpotenza militare, appoggiata però su una società civile arretrata e condannata al sottosviluppo. A questo sfacelo si aggiunsero le conseguenze della dittatura del partito unico. Alla base di questa prassi c’è l’idea che chi la pensa diversamente è un nemico da eliminare, un ostacolo che si frappone al raggiungimento del fine ultimo: il paradiso in terra. La conseguenza fu che il partito si trasformò in una macchina burocratica al servizio del Capo supremo, tramutato, a sua volta, in una sorta di Dio in terra.
Il potere senza controllo del partito unico aprì anche il varco all’esercizio della violenza su grande scala e a gigantesche rese dei conti, come i processi di Mosca e le periodiche epurazioni o «purghe» all’interno del partito, decretate dai sospetti maniacali e dalle turbe psichiche del Capo supremo.
Anche trent’anni dopo, la cosiddetta rivoluzione culturale, decretata da Mao nell’agosto del 1966, nascondeva una gigantesca resa dei conti con molte figure di primo piano del partito cinese. E, sebbene l’Occidente non ne sia venuto allora a conoscenza, quella «rivoluzione culturale» costò la vita a milioni di cinesi, eliminati con metodi sommari dalle famigerate «Guardie rosse».
L’irrazionalità e il fallimento dell’economia pianificata
Il crollo dell’Unione Sovietica, avvenuto nell’agosto del 1991, consacra il fallimento del comunismo. Fino ad allora, il mondo aveva creduto che vi fossero due sistemi economici in competizione tra loro: l’economia di mercato dell’Occidente liberaldemocratico e l’economia pianificata dei Paesi socialisti.
L’Unione Sovietica crollò non perché le fossero portati colpi dall’esterno, ma per implosione, per la propria immanente debolezza, come un castello di carte che di colpo ricada su se stesso. Crollò per l’irrazionalità intrinseca del sistema che provocò la paralisi progressiva di ogni capacità produttiva.
Si scoprì, in quella circostanza, che nel mondo non si fronteggiavano due sistemi economici, seppure con principi opposti, ma piuttosto che da una parte vi era il sistema dell’economia di mercato e dall’altra l’antieconomia, cioè un sistema totalmente irrazionale il quale, privo della bussola del mercato e dei prezzi di mercato, determinati dall’incontro della domanda e dell’offerta, rendeva impossibile qualsiasi decisione razionale circa l’allocazione delle risorse e la qualità e la quantità di beni da produrre.
L’economia di mercato è l’unico sistema per produrre ricchezza
Ciò non vuol dire che l’economia di mercato sia un sistema perfetto, senza squilibri e senza inconvenienti anche gravi: ma è, sino a ora, il solo sistema di cui si disponga per produrre ricchezza.
Quello che, per quasi un secolo, è stato spacciato come il sistema alternativo si è rivelato non un «sistema per produrre ricchezza», bensì «un sistema per dilapidare risorse». Allo stesso modo, ciò non vuol dire che le società liberaldemocratiche dell’Occidente siano perfette. Nessuno si azzarderebbe a sostenerlo. Le democrazie occidentali, sono, quale più quale meno, società afflitte da vari mali: ingiustizie, casi anche estesi di emarginazione sociale, disoccupazione, e via dicendo. Ma la liberaldemocrazia è l’unico sistema che disponga di strumenti per correggersi dall’interno.
La «società perfetta» non esiste. È solo l’utopia visionaria dei fondamentalismi ideologici e religiosi. Quella che esiste, almeno in Occidente, è una società imperfetta, ma che si può e che si deve continuamente revisionare e correggere, ben sapendo che in un mondo che cambia di ora in ora il riformismo è un lavoro senza fine. Il senso del nostro riformismo liberale è tutto qui.
In Italia gli sconfitti della storia si ritrovano al governo
Ma torniamo a dieci anni fa. Alla caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 seguì, nell’agosto 1991, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, cioè la disgregazione dell’impero comunista sovietico. Gli Stati satelliti si costituirono in repubbliche indipendenti.
In Italia, all’inizio del 1992, quando sarebbe stato ragionevole attendersi che le forze del cosiddetto pentapartito – le quali avevano garantito, nel bene e nel male, la democrazia e il benessere per quasi cinquant’anni – chiedessero conto al PCI-PDS dei suoi comportamenti passati, accadde qualcosa di inaudito. [applausi] Come in una sorta di gioco delle tre carte, i ruoli furono di colpo ribaltati.
Il PCI-PDS – il partito che avrebbe dovuto impegnarsi in una profonda e impietosa autocritica denunciando le proprie responsabilità nel sostegno, accordato per oltre settant’anni, alla dittatura totalitaria del comunismo sovietico, esibita come il «paradiso dei lavoratori» anziché come «l’arcipelago Gulag» – si trovò, di colpo, promosso al rango di campione della democrazia e unico partito dalle «mani pulite», mentre le forze politiche democratiche si trovarono sbattute sul banco degli imputati, accusate di essere il vaso di Pandora della corruzione. Il muro di Berlino era caduto, anziché sulla testa degli sconfitti, sulla testa dei vincitori.
Avvenne così che, sebbene nelle elezioni politiche del ’92 la Democrazia Cristiana avesse raccolto ancora quasi il 30 per cento dei consensi e il Partito Socialista il 15 per cento, nel giro di pochi mesi i cinque partiti storici della democrazia italiana furono spazzati via dalla scena politica, con i loro dirigenti esposti alla pubblica esecrazione o addirittura gettati in carcere. Va da sé che l’intreccio di politica e affari era un fenomeno negativo e da condannare. Su questo non può esserci esitazione alcuna. Si trattava di un virus che minava dall’interno la democrazia. Ma se in Italia avesse preso piede una seria riflessione autocritica sulla genesi di quei fenomeni, si sarebbero appurate ben altre cause e ben altre responsabilità di quelle del demonizzato pentapartito. Nel-l’immediato dopoguerra, infatti, travolte gran parte delle strutture dello Stato, il mondo politico italiano si trovò a fronteggiare un partito-Stato, il Partito Comunista che, forte degli aiuti finanziari di Mosca, si costituì in brevissimo tempo come uno Stato nello Stato.
Il PCI disponeva di vari giornali di partito, di settimanali, di quotidiani fiancheggiatori e di proprie case editrici. Disponeva anche di un proprio sistema di capitalismo interno, le cooperative rosse. Nel ’48 le forze liberaldemocratiche ressero all’urto grazie a una generale mobilitazione delle coscienze per quella che fu chiamata allora «una scelta di civiltà», e che si valse soprattutto dell’organizzazione delle forze cattoliche. Negli anni successivi la Democrazia Cristiana si organizzò come partito grazie anche al sistema delle partecipazioni statali. Il Partito Socialista, vaso di coccio tra due vasi di ferro, sperimentò col primo centrosinistra l’impossibilità di reggere il confronto con alleati e concorrenti ben altrimenti organizzati. Da qui la necessità di ricercare sostegni finanziari adeguati. Il rapporto tra politica e affari degenerò quindi per la necessità dei partiti democratici di fronteggiare un partito anti-sistema come il PCI, che poteva contare sul sostegno finanziario di Mosca.
Sappiamo bene come è andata a finire. Certe ben note Procure della sinistra giudiziaria, con un’azione politicamente mirata, operarono quell’inversione di ruoli per la quale chi doveva essere imputato divenne giudice e chi invece aveva difeso la democrazia si trovò sul banco degli accusati. Il risultato paradossale è che oggi, in Italia, gli sconfitti della storia si ritrovano al governo, e sono stati invece spazzati via tutti coloro che avevano difeso la libertà, anche a beneficio di quanti, legati a una potenza nemica, si erano schierati sul fronte opposto.
A capotavola di questo governo, che costituisce un’anomalia in Europa, siede un partito post-comunista che non si chiama più tale, ma che non riesce a liberarsi ancora dai vizi di un’ideologia tanto a lungo condivisa e coltivata.
Non vorrei si ripetesse da noi ciò che per tanti anni abbiamo visto nei Paesi dell’Est. Infatti, proprio come dieci anni fa in Europa orientale, il partito che siede a capotavola ha un «suo» partito cattolico, un «suo» partito socialista, un «suo» partito liberale, un «suo» partito repubblicano, partiti e partitini alleati ad hoc, a maggior gloria del partito egemone. Per nostra fortuna, tuttavia, e anche per nostro merito, il ballo in maschera sta per finire: il re regna ma non governa, il PCI-PDS-DS comanda ma non convince, blandisce l’opinione pubblica ma non riesce a ottenerne la stima.
Il muro che in Italia non è caduto
Questa è dunque la stravagante situazione di oggi. A Berlino il muro è caduto dieci anni fa. Noi festeggiamo qui la ricorrenza decennale della sua caduta. In Italia, al contrario, in questi dieci anni gli avvenimenti di cui abbiamo parlato, la rivoluzione giudiziaria e l’ascesa e l’azione della sinistra al governo hanno tenuto in piedi e rafforzato un altro muro, un muro che si frappone tra noi e una vera democrazia, tra noi e una vera giustizia, tra noi e una vera libertà. Questo muro simbolico è alle mie spalle. È un muro metaforico fatto di mattoni, di pietre, di macigni virtuali che voglio commentare insieme a voi.
I mattoni, le pietre, i macigni di questo muro
Potremmo stare qui alcune ore a soffermarci su questi macigni che ci separano dalla vera libertà, da una vera economia di mercato, da un vero Stato di diritto.
Il sovvertimento della volontà degli elettori
Sappiamo tutti cos’è capitato dal ’94 a oggi. Avevamo vinto le elezioni, e ci hanno mandato a casa senza ritornare a chiedere il parere degli elettori. Nel ’96, con un decreto legge, hanno stabilito che si potesse annullare la scheda elettorale, bastava che ci fosse un altro segno anche del tutto innocente. Sono state eliminate un milione e settecentocinquemila schede! Nel ’96 con un po’ di poltrone e sotto poltrone, hanno reclutato nella sinistra dei personaggi che avevano avuto purtroppo la nostra fiducia, il voto degli elettori del centrodestra. Oggi ci troviamo a essere guidati da una maggioranza, da un governo, da un Presidente del Consiglio che non sono stati eletti dal popolo!
La sottrazione dei poteri del Parlamento
Nemmeno nel periodo fascista si usò quel sistema delle leggi delega per cui con un colpo di maggioranza si toglie un’intera materia dalla possibilità del Parlamento di discuterla e di votarla, e la si passa al governo, il quale ne fa ciò che vuole. Hanno sottratto così tutta la materia dell’amministrazione dello Stato, tutta la materia delle imposte, e ricordiamoci che nelle democrazie occidentali i Parlamenti sono nati per difendere i cittadini dalle pretese esose dei governi in materia di tasse. Hanno fatto così anche recentemente, per quanto riguarda la materia della sanità. C’è stata una riforma, che io chiamo la controriforma della sanità, che penalizza la classe medica, trasforma i medici in impiegati del catasto, ma penalizza soprattutto la povera gente, perché i medici migliori fuggono dagli ospedali, vanno a operare nelle cliniche private dove possono farsi curare soltanto i ricchi. Lo hanno fatto per quanto riguarda la riforma della scuola, quella riforma che noi, sappiatelo bene tutti, ci siamo rifiutati di votare in Parlamento – non siamo stati in Parlamento quando se la sono votata, con l’impegno che quando saremo al governo la cancelleremo per fare una riforma di libertà.
L’occupazione del potere e l’invadenza dello Stato
È il loro credo, è una derivazione dell’ideologia che ho prima ricordato, viene dalla loro scuola. Il loro credo è il centralismo, il dirigismo, lo statalismo, ovvero il contrario del nostro, che è la sussidiarietà. Non hanno nessun limite in questo, perché la loro concezione dello Stato discende dalla concezione dello Stato autoritario, padrone, lo Stato che è la fonte stessa dei diritti, che noi consideriamo appartengano a noi tutti come persone. Noi sappiamo che questi diritti vengono prima dello Stato, il quale deve essere al nostro servizio, mentre loro ritengono che sia lo Stato a dover essere servito dai cittadini.
Da questo loro credo deriva l’idea dello Stato che fa tutto, che controlla tutto, che vuole sapere tutto, che regolamenta tutto, lo Stato professore, lo Stato medico, lo Stato maestro, insomma uno Stato che è esattamente l’opposto di quello a cui pensiamo noi: uno Stato che si occupa soltanto, ma bene, dei servizi essenziali, e che lascia libertà totale per tutto il resto ai suoi cittadini.
L’oppressione burocratica
Ancora troppi vincoli, troppa carta, troppi adempimenti, troppe leggi, troppi regolamenti che ci portano a non essere più competitivi, a non avere più libertà economica.
Ricordatevi che la libertà economica è un fatto concreto e importante, è un fatto spirituale, direi, come la libertà politica, come la libertà religiosa. Questa burocrazia che ci opprime è arrivata a farci essere al trentaquattresimo posto per quanto riguarda la libertà economica, alla pari con l’Argentina, e al quarantunesimo posto su cinquantatré Paesi per quanto riguarda la competitività. Sapete quali sono gli ultimi quattro Paesi che ci precedono? Il Perù, la Turchia, il Vietnam e l’Ecuador. Questi sono i risultati di una burocrazia che non ci fa respirare.
Il monopolio statale sulla scuola
Anche qui viene fuori l’ideologia di sempre. Lo ha detto il Presidente del Consiglio: la scuola deve essere lo strumento attraverso cui lo Stato indottrina i giovani. Noi diciamo invece che sono i genitori che hanno il diritto, per noi sacro, di decidere dell’istruzione dei loro figli: i genitori devono poter scegliere la scuola nella quale ritengono che i loro insegnamenti possano essere continuati. Perché questo sia possibile la scuola privata non deve diventare una scuola aperta soltanto ai ricchi, ma deve diventare aperta a tutti.
Allora ecco il sistema che da sempre abbiamo propugnato, quello del buono scuola. Lo Stato dà a tutte le famiglie che hanno ragazzi in età scolare un buono che esse possono spendere dove vogliono, nella scuola pubblica o in quella privata. In tal modo si apre una concorrenza tra la scuola pubblica e privata, una concorrenza che non può che migliorare la qualità dell’insegnamento, perché le scuole si faranno concorrenza presentando i programmi migliori che possano meglio formare i nostri ragazzi per le esigenze del mondo del lavoro, cercando di avere gli insegnanti migliori, contendendoseli. Questo significa elevare il livello della nostra scuola, e preparare i nostri figli a essere cittadini del mondo.
I nostri ragazzi non devono poter uscire da una scuola se non hanno imparato perfettamente l’inglese, se non hanno imparato a utilizzare perfettamente i computer, se non hanno imparato a navigare perfettamente su Internet. Purtroppo siamo invece avviati in una direzione molto negativa. La scuola privata rappresenta nelle elementari solo il 6 per cento, e nella superiore il 7 per cento. Siamo cioè vicini a quella situazione che un grande italiano, Don Sturzo, dipinse con queste parole: «Povero quel Paese in cui la scuola si avvia a essere una scuola soltanto pubblica, quel Paese cessa di essere una democrazia e diventa una dittatura».
La sottovalutazione della criminalità comune
La sinistra ha sempre costantemente sottovalutato la criminalità diffusa. Non a caso l’hanno chiamata «microcriminalità». Noi sappiamo cos’è successo. Attraverso i loro informatori, o piuttosto disinformatori, hanno fatto circolare il concetto che bisognava essere generosi con i delinquenti comuni perché in fondo la colpa non è la loro, la colpa è sempre e comunque della società borghese. Vedete che le vecchie idee non muoiono mai.
Noi abbiamo celebrato qualche giorno fa il nostro Security Day. Abbiamo esaminato in profondità l’apparato dell’ordine pubblico. Siamo arrivati alla conclusione che ci costa troppo – spendiamo più di qualsiasi altro Paese in relazione al prodotto interno – ma non ci preserva dall’aumento della criminalità. Tutte le parole stanno a zero: ciò che deve essere in grado di fare un sistema di ordine pubblico è far diminuire il numero dei reati nel Paese, è garantire il diritto dei cittadini a non avere paura.
È un compito primario dello Stato quello di difendere i cittadini, di difendere i loro beni, la loro incolumità fisica, la loro vita: lo Stato della sinistra oggi non lo fa. Perché lo Stato adempia realmente a questo compito abbiamo approntato un nostro progetto, che trasformeremo in azione quando avremo la responsabilità di governare il Paese. Abbiamo proposto di ridare al Parlamento la responsabilità e la decisione sulle priorità della politica criminale, sulla politica di contrasto nei confronti della criminalità, sulla politica giudiziaria, sul miglior coordinamento del lavoro delle forze dell’ordine. Sapete che abbiamo più uomini nelle forze dell’ordine, in relazione al numero degli abitanti, rispetto a qualsiasi altra nazione europea? Ne abbiamo uno ogni centosettanta italiani. Pensate che in Svezia ce n’è uno ogni cinquecentoventi cittadini e in Germania uno ogni trecentoventi. Spendiamo molto, abbiamo più uomini, ma sono organizzati male. Abbiamo proposto quindi che molti uomini vengano tolti da dove servono solo a timbrare scartoffie, e vengano mandati tra la gente, nelle strade, nelle piazze, nei parchi, fuori dalle stazioni ferroviarie, negli aeroporti, nelle scuole. Abbiamo proposto quindi di aumentare il numero dei commissariati, delle stazioni dei Carabinieri, di aumentare il numero delle volanti e delle gazzelle, di introdurre l’istituto dei vigili di quartiere, di introdurre l’istituto del giudice di zona che possa immediatamente giudicare chi viene colto con le mani nel sacco, e questo sarà un deterrente che terrà lontani molti dal delinquere. Oggi sappiamo che l’impunità è quasi garantita. Abbiamo naturalmente esaminato le condizioni in cui operano i nostri ragazzi della Polizia e dei Carabinieri. Sono condizioni che devono assolutamente cambiare, sia per quanto riguarda la remunerazione economica sia per quanto riguarda l’equipaggiamento sia per quanto riguarda il sostegno morale, introducendo anche la cultura della responsabilità e del premio al merito. Una rivoluzione profonda, una riorganizzazione totale dell’apparato della sicurezza. Per le forze dell’ordine si deve fare ciò che saremo obbligati a fare in tutti gli altri apparati della pubblica amministrazione, che oggi è una pubblica amministrazione obsoleta, pletorica, ottocentesca, che non funziona, che assorbe quasi il 50 per cento del prodotto nazionale, e rende alle imprese e a tutti noi cittadini, in termini di servizi, molto, ma molto meno! La si deve cambiare se vogliamo continuare a vivere in un Paese democratico e occidentale, e se vogliamo competere con gli altri Paesi europei.
I metodi e le abitudini di sempre della sinistra
Non sto a raccontarli a voi che li sentite e li soffrite sulla vostra pelle, visto che siete qui e siete entusiasti e fate propaganda ai nostri programmi e alle nostre idee ogni giorno. Questi metodi li conoscete benissimo: sono i metodi della denigrazione, della demonizzazione, della criminalizzazione dell’avversario politico. Ce n’è uno in cui sono maestri: quello di attribuirti qualcosa che non solo non hai detto, ma non hai nemmeno pensato, e di costruire tutta la critica su un qualcosa che non ti appartiene. Questo è un metodo in cui sono bravissimi e da cui dobbiamo assolutamente guardarci.
L’uso politico della giustizia e la gestione politica dei pentiti
Ne abbiamo viste di tutti i colori, e non solo negli anni successivi al 1992. La persecuzione continua ancora. I diritti dei cittadini sono stati negati. Vi sono stati e vi sono ancora il carcere preventivo usato per estorcere confessioni e delazioni, la divulgazione di notizie riservate alla stampa (e sappiamo con quali risultati), la gestione politica dei pentiti. Siamo l’unico Paese nel mondo che ha un popolo, un esercito di pentiti di allevamento, che sono tenuti lì per quando servono, a cui si infila una moneta in bocca e gli si fa cantare la canzone che serve contro l’avversario politico che si vuole eliminare. Una volta l’avversario si chiama Andreotti, una volta Musotto, una volta Dell’Utri, una volta magari Berlusconi.
La carriera unica dei giudici e dei pubblici ministeri
Siamo l’unico Paese in Europa che vede appartenere alla stessa categoria i giudici e i pubblici ministeri. Questo non consente un processo da Stato di diritto. Non può essere che il pubblico ministero responsabile dell’accusa abbia la stessa formazione, abbia la stessa carriera, abbia lo stesso organo di autogoverno del magistrato che giudica! Soltanto con una divisione delle carriere, della formazione, dei ruoli, si potrà arrivare a un processo in cui ci sia una vigorosa dialettica tra l’avvocato dell’accusa – così noi proponiamo si chiamino i pubblici ministeri – e l’avvocato della difesa, con un giudice terzo, terzo rispetto anche al pubblico ministero, che possa decidere imparzialmente. Badate che fino a quando non arriveremo a questa soluzione il diritto di difesa degli italiani non sarà un vero diritto.
L’intimidazione dei giornalisti fuori dal coro
Da qualche anno è invalsa questa pessima abitudine. Certi magistrati non accettano di essere criticati. Se qualcuno li critica arriva subito la querela, e potete stare certi che quasi sempre il processo troverà dei percorsi velocissimi, che quasi sempre ci sarà una sentenza a loro favorevole, e che ciò che il giornalista sarà chiamato a dare come risarcimento sarà molto consistente. Se tenete presente che la giurisprudenza italiana ha fissato in un massimo di cento milioni ciò che lo Stato deve risarcire a un cittadino tenuto ingiustamente in carcere, anche per anni, ditemi se tutto ciò è giusto di fronte alle centinaia di milioni che qualche giornalista è stato costretto a pagare a questi signori magistrati! Ormai dobbiamo dire che la critica, vera, forte, nei confronti di costoro è diventata purtroppo un lusso di chi se lo può permettere, un lusso di pochi. In questo modo la libertà di stampa diventa un diritto svuotato di ogni contenuto.
Il bavaglio all’opposizione
Per farvi capire qual è già adesso la situazione, vi dirò che con le leggi esistenti non siamo stati in grado di annunciare questa nostra manifestazione, a cui attribuiamo una grande importanza, attraverso le televisioni. Abbiamo realizzato uno spot, ma non è stato possibile farlo trasmettere per le regole già esistenti, per quelle della legge elettorale del 1993. Quindi c’è una legge che disciplina la comunicazione sulle radio e sulle televisioni, che funziona in modo pregnante, che disciplina tutte le possibilità di comunicazione politica, che entra addirittura nel contesto della stessa comunicazione politica. Su questo, come su tutto il resto, la sinistra ha mentito. Vi ricorderete che nel luglio scorso, dopo la batosta subita alle elezioni europee, hanno pensato di aver perso non per i contenuti dei loro programmi, che non c’erano, ma di aver perso soltanto per la bella faccia di Berlusconi, il quale ha raccontato semplicemente i programmi scritti e gli impegni che Forza Italia si assumeva per le sue battaglie in Europa – impegni, voglio confermarvelo, che stiamo assolutamente rispettando.
La legge c’era. Ma la sinistra ha detto che non c’era alcuna legge, e che non si poteva lasciare una materia così importante senza regolamentazione. Con la scusa quindi di vietare gli spot durante la campagna elettorale, che è il momento più alto e nobile della vita di una democrazia, il momento in cui i protagonisti della politica informano i cittadini dei loro programmi, degli impegni che intendono assumersi, non si potrà usare la forma più moderna di comunicazione, che è quella dell’annuncio televisivo. Con la scusa di vietarlo durante la campagna elettorale, lo hanno vietato sempre. Hanno, quindi, approvato una legge in Senato che non ci consente più di essere presenti in televisione. Ci consente di esserlo, questa è la realtà, soltanto in fantomatiche produzioni di comunicazione politica, in programmi di comunicazione politica che saranno tavole rotonde e dibattiti. Anche qui ci è stato assegnato lo stesso tempo e lo stesso spazio assegnati al più piccolo dei partitini. Noi che abbiamo oggi ben più del 30 per cento di consenso nel Paese [applausi] avremo lo stesso spazio di un partito che oggi nei sondaggi, che si possono magari discutere ma che indubbiamente indicano le tendenze di fondo dell’elettorato, ha meno dell’1 per cento. Quindi, tutti insieme, noi del Polo delle Libertà, con Alleanza Nazionale e il CCD, avremo il 12 per cento del tempo complessivo. La sinistra, con tutti i suoi partiti, che avranno tutti quel 4 per cento a testa che avrà ogni forza del Polo, avrà invece il 62 per cento! E pretendono che questa sia una legge giusta! Solo a titolo di memoria vi devo dire che questo è già successo. Alle elezioni europee noi abbiamo avuto il 20 per cento delle presenze dei leader in televisione. Loro hanno avuto più di cinquemila minuti. Noi protagonisti del Polo abbiamo avuto, tutti insieme, millecinquecento minuti.
Gli spot che abbiamo trasmesso sono stati quindi solo una legittima difesa con cui non siamo neppure riusciti ad avere, rispetto a loro, la metà del tempo di cui loro hanno usufruito su quella televisione pubblica che è pagata con i soldi di tutti noi e che loro hanno occupato militarmente. Dopo il bavaglio all’opposizione, dopo la persecuzione giudiziaria, se le cose non andranno come vuole la sinistra – visto che ormai l’opinione pubblica ha capito –, allora tireranno fuori dai cassetti, dove loro stessi lo hanno tenuto, questo disegno di legge sul conflitto di interessi.
L’uso strumentale del conflitto d’interessi
È un disegno di legge che abbiamo voluto noi. Come primo atto del nostro governo. Io stesso diedi incarico a tre saggi di formulare un disegno di legge sul conflitto d’interessi, prendendo spunto dalle più avanzate democrazie. I tre saggi ci consegnarono il disegno, noi non cambiammo neppure una virgola, e lo inviammo al Parlamento. Poi ci mandarono a casa, e il disegno rimase chiuso nei cassetti del Parlamento perché non conveniva alla sinistra, che nel frattempo aveva i suoi interessi essendo al governo. Dietro nostra insistenza, finalmente, prima del ’96, riuscimmo a far togliere dal cassetto questo progetto e a farlo discutere alla Camera, dove fu approvato all’unanimità. Ma subito dopo ritornò nel cassetto. Adesso, quando a loro fa comodo, lo tirano fuori. Pensereste tutti che non possono avere la faccia di negare ciò che hanno approvato all’unanimità. Il coro è unanime: ce l’hanno, ce l’hanno! Intendono, attraverso le modifiche e gli emendamenti che già hanno presentato, evitare o addirittura impedire al leader di Forza Italia e dell’opposizione democratica del Paese di presentarsi alle elezioni per essere eletto al Parlamento italiano. Io non temo questa evenienza perché da un lato potrei continuare a fare quell’attività che già mi impegna ora, che è la regia di Forza Italia e di tutta l’opposizione, ma sarebbe per loro, e vogliamo avvisarli a questo proposito, un boomerang, che farebbe vincere in carrozza Forza Italia e il Polo delle Libertà!
Il silenzio sui crimini del comunismo e l’occultamento dei dossier scottanti
Mentre per i crimini del nazismo, per l’olocausto, ed è giustissimo, si è avuta ogni informazione possibile e immaginabile, per i crimini del comunismo si è costruita una cortina di silenzio stesa fino ai giorni nostri, e che ha funzionato come una vera e propria cortina di ferro. Se non fosse stato per uno storico inglese che ha tratto un libro dai dossier di un ex ufficiale del KGB, Mitrokhin, noi non saremmo neppure venuti a conoscenza del fatto che, già dal ’96, le autorità inglesi avevano consegnato al governo italiano questo dossier, che rivelava cose inaudite sul comportamento e sui rapporti del Partito Comunista Italiano con il KGB e con l’Unione Sovietica. Così come non abbiamo saputo niente del dossier consegnato da Gorbaciov nel ’90 al governo italiano, che indicava i rapporti del Partito Comunista Italiano con il KGB, e niente anche del dossier consegnato da Havel, che indicava i rapporti delle Brigate rosse italiane con la Cecoslovacchia. Non abbiamo saputo nulla. Come abbiamo reagito? Nella primavera scorsa abbiamo chiesto una commissione di indagine parlamentare su tutti gli anni recenti. Hanno tirato in lungo per mesi, ci hanno posto delle condizioni, le abbiamo accettate tutte, e alla fine hanno detto di no. Abbiamo chiesto ancora una commissione su ciò che è emerso dal dossier Mitrokhin, e senza neppure aspettare qualche mese ci hanno subito risposto di no, anzi ci hanno insultato, hanno detto che volevamo un tribunale speciale: il Parlamento! Loro di tribunali speciali se ne intendono, e come!
Tutto questo è avvenuto perché quelle verità avrebbero colpito al cuore il PCI-PDS-DS proprio nel momento in cui la sinistra, per gli strani accadimenti della storia, affermava una sua propria superiorità morale e si ergeva a giudice dei partiti di tradizione democratica e occidentale.
L’amnistia rossa del 1989
Una mente raffinatissima ha fatto sì che nell’89 si votasse alla Camera un’amnistia che ha costituito l’argine, direi lo spartiacque della legalità. Chi ha preso soldi prima dell’89 ha le mani pulite, chi li ha presi dopo l’89 – nel ’90, ’92, ’93 – no. Poi nel ’93 ancora è stato depenalizzato il finanziamento ai partiti politici. Quindi il Partito Comunista, attraverso questa furbissima amnistia, si è potuto presentare davanti a tutti come il partito delle mani pulite. Se non si fossero aperti gli archivi moscoviti del KGB, avremmo potuto credere che quel partito fosse davvero il partito delle mani pulite e non invece quello, come è in realtà, delle mani sporche. Mani sporche di rubli che grondano il sangue del totalitarismo sovietico.
Il muro da abbattere che ci separa da una vera democrazia
Ecco, questo è il muro che dobbiamo abbattere, il muro che divide l’Italia da gran parte dei suoi partner europei, il muro che ci separa da una vera democrazia, da una vera giustizia, da un vero Stato di diritto, da una vera libertà economica, da una vera libertà.
Questo è il muro che fa del nostro Paese una democrazia dimezzata, una democrazia minore, un regime nel quale si continua a impedire ai cittadini di scegliere liberamente da chi vogliono essere governati. Noi ci siamo battuti, ci battiamo e ci batteremo anche dall’opposizione, per abbattere questo muro, pezzo per pezzo, pietra per pietra, macigno per macigno. E, statene certi, lo abbatteremo definitivamente quando gli italiani ci affideranno nuovamente la responsabilità di governare il Paese.
A questa sinistra non riconosciamo né la legittimità né la moralità necessarie per governare il Paese.
Alla sinistra, a questa sinistra, noi intendiamo parlare molto chiaro.
Cari compagni, voi ci avete sempre guardato con commiserazione e con disprezzo; ci avete sempre ricoperti di insulti; avete usato per descriverci i peggiori aggettivi; per voi l’opposizione è solo buio, è il peggio del Paese, contrapposta alla fonte della luce che è invece la sinistra; da sempre contestate la nostra legittimità; per voi l’opposizione è accettabile solo se di comodo e destinata a restare eterna minoranza.
Ebbene, cari compagni, anche noi non vi possiamo riconoscere, così come siete ora, né la legittimità né la moralità né la capacità né tanto meno l’autorevolezza necessarie per governare il Paese.
Non avete neppure avuto il coraggio di assumervi la responsabilità morale e politica del vostro passato, dell’adesione granitica che avete sempre manifestato al comunismo e ai suoi metodi, ai suoi protagonisti e ai suoi misfatti.
Noi non riconosciamo in voi nessuna superiorità morale. Non siete affatto la parte diversa, la parte sana, la parte migliore del Paese, come ancora cercate di far credere soprattutto a quei militanti ai quali avete sempre nascosto le tragiche verità che voi come dirigenti conoscevate benissimo. Soltanto ora, a seguito delle rivelazioni del dossier Mitrokhin, siete stati costretti ad ammettere l’inconciliabilità fra comunismo e libertà. Ma anche da questa tardiva ammissione non avete saputo trarre le dovute conseguenze, non avete voluto ricavare nessuna conclusione politicacome sarebbe invece logico e doveroso. È come se un parroco, dopo trent’anni di attività pastorale, una domenica fosse salito sul pulpito e avesse detto ai suoi fedeli: «Devo farvi una confessione: devo dirvi che non credo che Dio esista, anzi devo dirvi che non ci ho mai creduto». Il gregge si scompagina, ma lui aggiunge: «State tranquilli, io continuerò a fare il vostro parroco, a essere la vostra guida spirituale». Questa è la situazione dei leader comunisti italiani. Il compito di un leader politico è quello di indicare la strada giusta alla sua gente. Invece voi dite: «Ho sbagliato tutto e sempre, ma continuo a essere il vostro leader. Seguitemi».
Se foste persone serie, avreste dovuto trarre dalle vostre parole una sola conseguenza: cambiare mestiere, smettere di fare politica. Qualcuno potrebbe anche ritornare agli studi e prendersi finalmente almeno la maturità classica. Sappiamo bene che non ci avete mai neppure pensato.
Di fatto, il 17 per cento degli italiani vi vota ancora, questa è una realtà di cui prendiamo naturalmente e democraticamente atto.
Le condizioni per una autentica pacificazione
E allora vi diciamo: se volete davvero essere minimamente credibili sul terreno politico, se volete davvero avviare un’autentica pacificazione nazionale, se volete davvero una legittimazione reciproca delle forze in campo, allora dovete perseverare davvero nella revisione autocritica del vostro passato, dovete abbattere davvero quel muro di Berlino che sta ancora nella vostra testa e che vi impedisce di capire e di abbracciare la bellezza della verità. Ma soprattutto dovete dare veramente un seguito concreto alle vostre dichiarazioni. Adesso proclamate a gran voce di essere diventati socialisti, dei veri socialisti europei: allora impegnatevi insieme a noi, per abbattere questo muro.
Accettate che si faccia finalmente luce sulla storia recente dell’Italia, con l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare.
Rinunciate a ogni collaborazione politica e di governo con il partito di Cossutta, un partito che ancora dichiara di credere nel comunismo e che ha avuto rapporti di ogni tipo con l’Unione Sovietica, con una potenza nemica del nostro Paese.
Rinunciate al proposito di imbavagliare l’opposizione alla radio e in televisione con leggi illiberali e antistoriche, e accettate di competere con noi ad armi pari.
Tagliate – ammesso che lo possiate fare – il vostro legame con il partito dei procuratori giacobini e collaborate con noi per introdurre nella Costituzione le norme di un giusto processo.
Rinunciate al disegno di indottrinare i nostri giovani attraverso l’imposizione di un’unica scuola di Stato e di un unico programma di Stato.
E infine, invece di continuare in questo squallido mercato di poltrone, ridate al più presto la parola al popolo sovrano e impegnatevi soprattutto a rispettarne la volontà. Soltanto se ciò accadrà, soltanto se concorrerete con noi sul concreto piano legislativo ad abbattere questo muro, potremo riconoscervi come interlocutori credibili e democratici, potremo superare le vostre colpe passate e recenti, potremo avviare una vera e duratura pacificazione.
In caso contrario tutte le vostre dissociazioni verbali dal comunismo saranno, ancora una volta, soltanto un segno di spregiudicatezza politica, un esempio di furbo cinismo, una furba menzogna finalizzata esclusivamente al mantenimento del potere.
Lo sappiamo: sino a ora vi è andata bene. Siete riusciti a evitare qualsiasi serio esame sul vostro passato e sulla vostra sudditanza, sul vostro «legame di ferro», per dirla con Togliatti, con l’Unione Sovietica. Avete puntato sulla carta della furbizia; avete scommesso sul fatto che la gente dimentica presto. Ma ricordatevi che la storia, che ha tempo, non dimentica mai, a tempo debito, di presentare i suoi conti. Ce lo hanno ricordato proprio ieri a Berlino Kohl, Bush e Gorbaciov, protagonisti allora, con il Papa e con Reagan, di quello storico evento.
L’Italia che non ha paura di sperare e di credere.
E proprio per questo, oggi, in questo giorno di festa, vorrei chiudere con un messaggio di speranza.
Nel nostro Paese, fortunatamente, contro il partito della dissimulazione e della propaganda, contro l’Italia in maschera, è sorta in questi anni un’altra Italia, umile e tenace, orgogliosa e onesta, che non ha nessun passato da nascondere e che soprattutto non ha paura di sperare e di credere.
Questa Italia siamo noi, si chiama Forza Italia, e fa parte di diritto dell’Europa libera perché ha radici profonde scavate nella tradizione liberale, atlantica, anticomunista dei Churchill e dei De Gaulle, dei De Gasperi e degli Adenauer, gli uomini che hanno difeso, per noi e con noi, di qua dal muro, un sentimento di libertà che è parente stretto della fede.
Questa Italia, qui, oggi, per tramite mio, dice a tutti gli italiani: festeggiate con noi la caduta del muro di Berlino, liberatevi dalle vecchie menzogne, lasciatevi contagiare anche voi dalla nostra voglia di verità e di libertà.
Abbasso il muro del regime, evviva Forza Italia, evviva la libertà!
Silvio Berlusconi
Roma, Palazzo dei Congressi - 9 novembre 1999