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Un Paese strano

E’ uno strano Paese l’Italia. Non me ne vogliano i connazionali, anche perché parlo dell’Italia che appare, non di quella della gente che lavora, che si impegna, che si batte, che fa sacrifici. Sembra persino strano che ci sia ancora  gente che si dà da fare, che ci siano uomini che ci provano, che a volte riescono ed altre no, come è dappertutto nel resto del mondo.

Parlo dell’Italia che è sui giornali, di quella che parla, di quella che grida, di quella che accusa, di quella che finge, di quella che non mostra d’avere grandi problemi di vita, di quella che appartiene per un verso o per l’altro al mondo dell’informazione, della cultura, del gossip e della politica. Sono questi i quattro filoni portanti della notorietà che una volta erano, salvo eccezioni, attività ben distaccate e che oggi, invece, si intrecciano, come accade in un circo, dove dal ruggito di leoni e tigri si passa al trapezio, e dai giochi di prestigio ai clowns.  

E così capita che un paparazzo dica che l’Italia gli fa schifo, solo perché è stata ritenuta illegale  la sua abitudine di chiedere alle vittime, colte in immagini fotografiche imbarazzanti, spesso ricorrendo a stratagemmi e violazioni della privacy, di pagare per togliere le immagini dal mercato,  prima che fossero vendute ai giornali di gossip. E così capita che ad alcuni politici venga in mente di pubblicare a pagamento su giornali stranieri pagine di ingiurie verso il Presidente del Consiglio, leader di una maggioranza eletta democraticamente dal popolo italiano, a cui, stranamente, il politico in questione chiede ancora voti elettorali. E così capita anche che in un pomeriggio romano vengano organizzate manifestazioni a favore della libertà di stampa, perché un Presidente del Consiglio, ritenutosi diffamato da alcuni giornali, si è rivolto alla giustizia. Tra loro uomini dalle facce di bronzo che contestano ad altri di fare né più e né meno di quanto loro hanno già fatto, spesso intervenendo con richieste risarcitorie non sulle ingiurie, ma sulle opinioni; non sulle insinuazione disgustose, ma sulla satira. E capita che ad organizzare la manifestazione ci sia la Federazione della stampa, la Fnsi, sempre assente invece quando l’arroganza della politica è stata davvero intimidatoria nei confronti di alcuni giornalisti. E così che capita anche che il Parlamento europeo sia stato investito dal compito di stabilire se in Italia ci sia o meno agibilità per la libera informazione o se ci siano motivi di preoccupazione per le stesse istituzioni democratiche. Ed è stano che tutto questo accada mentre una gran parte degli italiani avverte un’aggressione quotidiana verso la maggioranza ed il Governo e verso il Presidente del Consiglio Berlusconi.

Ma non è anche strano un Paese dove il Presidente del Consiglio, investito più volte dal consenso e dalla fiducia degli elettori, venga ripetutamente chiamato in causa dalla magistratura per 15 anni, senza soluzione di continuità e per le vicende più disparate? Non è strano che dinanzi ai successi interni ed internazionali di questo governo si intensifichino gli attacchi come in una escalation dove si punta sempre più in alto fino ad accuse di reati più turpi e richieste risarcitorie di cifre “lunari”?

In un Paese strano come l’Italia non potevano mancare le censure, se Berlusconi parla al Congresso del PPE. Il premier è anche uomo di partito. E’ tra i leader del Partito Popolare Europeo. Nelle assise di partito di solito si parla in casa, si delineano i confini dei quadri politici in cui si opera, si focalizzano le difficoltà, si denunciano i comportamenti difformi, si focalizzano gli ostacoli. In un Congresso come quello del PPE si parla dinanzi ad un uditorio di uomini che hanno fatto le stesse esperienze politiche e si parla anche di percorsi personali e, trattandosi di assisi multinazionali, anche i percorsi personali coincidono o si sovrappongono con quelli delle realtà dei propri paesi di origine. Berlusconi ha parlato dell’Italia. Ha parlato di quelli che a suo avviso sono i problemi del Paese, di motivi per i quali la sovranità popolare è spesso compromessa e minacciata. Ha parlato di un’Italia in cui non sempre coincidono rappresentanza democratica ed indipendenza delle Istituzioni. Ha parlato di una giustizia che ripetutamente sconfina dal suo ruolo di funzione giurisdizionale per occupare gli spazi della politica, ha parlato di organi di garanzia usati politicamente perché infiltrati da uomini che rispondono più agli impulsi dei partiti, che alla imparzialità dell’azione di sereno giudizio sulla legittimità costituzionale delle leggi. Ma in un Paese strano come l’Italia non sembra sia possibile farlo, c’è chi è  pronto a giocare la carta della difesa della democrazia, anche se la calpesta abitualmente o l’ha calpestata in passato. Uomini senza ritegno. E tra questi, anche Gianfranco Fini.

Vito Schepisi


 
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