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Pasticcio elettorale

Ricordare il biennio rosso e quel che ne seguì è forse inutile, e vagamente ricattatorio: ma l'estrema violenza – per ora fortunatamente solo verbale –, le manovre, le parole d'ordine, la confusione, l'incertezza e gli sbandamenti frequenti da parte di chi deve gestire la cosa pubblica fanno pensare proprio ad una crisi che nel pasticcio delle elezioni ha solo un epifenomeno.

È la crisi di un sistema politico rimasto in gran parte uguale a se stesso anche se oggetto di numerosi provvedimenti cosmetici e soprattutto parziali e disorganici. Abbiamo parlato di federalismo, ma per ora esso rimane a mezza strada, né carne né pesce – ma andato innanzi quanto basta per creare un pasticcio anche in questi giorni con le elezioni –; abbiamo parlato di società dei meriti e criticato il dilagante "donmilanismo" nelle scuole e negli atenei, ma la protesta di gran parte dei genitori monta non appena compaiono le prime insufficienze in pagella; abbiamo parlato di mobilità e di snellimento nel mondo del lavoro, e già buona parte della stampa nazionale parla di "fallimento del liberismo" e i sindacati chiedono interventi statali a raffica e protezione di tutti a spese dell'erario. Abbiamo una Costituzione che richiederebbe una revisione forte, non velleitaria e moderna, e molti fra noi continuano a ritenere quel documento, insieme al resistenzialismo ufficiale, un bastione da mantenere fermo nei secoli.

Altro che "seconda repubblica": in sella sono per lo più le stesse classi politiche, rimpolpate dalle terze e dalle quarte file dei vecchi partiti e dai galoppini reclutati di corsa per far fronte a quella valanga di voti che significava desiderio di cambiamento. Le stesse congreghe di industriali assistiti e di imprenditori d'assalto con i soldi degli altri, le stesse facce dei tempi di Budapest e di Praga, con gli stessi metodi cinici e la stessa logica sostanzialista per sé e formalista per gli altri, mescolati a vaporose frange rosso-verdi e ad evocatori di una ideologia decrepita e morta. Per non parlare dell'uso strumentale e peloso di una magistratura che sta diventando davvero un "mostro" incautamente evocato.

Tutto questo sì, rappresenta il quadro di una repubblica in crisi, e forse la vera fine di quella Prima Repubblica che abbiamo cercato per anni di cambiare senza cambiarla troppo. Ma perché ciò sia vero fino in fondo bisognerebbe che la classe politica se ne rendesse conto, che i soliti gruppetti che fanno politica da dietro le quinte si palesassero e illustrassero chiaramente e democraticamente le loro intenzioni e gli strumenti – media compresi – con cui si propongono di portare avanti il loro progetto; che gli Italiani, infine, tentassero di ragionare guardando oltre il proprio "particulare". Ma tutto questo, ovviamente, è assai difficile: se ne parla da più di trent'anni, mentre l'Italia perde posizioni e sprofonda nelle classifiche internazionali: investire da noi è diventato impensabile per l'inefficienza della pubblica amministrazione, l'esosità dell'erario e la delinquenza diffusa; il lavoro costa molto e rende poco, le infrastrutture sono ferme e ogni tentativo di rilanciarne le realizzazione cozza contro interessi e speculazioni localiste, pseudoambientaliste o corporative. La democrazia è imbalsamata e bloccata fra due Camere che non sanno ritagliarsi un ruolo sensato e adeguato a un mondo in cui la vecchia "centralità del parlamento", almeno quella intesa nel senso caro alla politica italiana degli anni '50 e '60, ora non è più in grado di reggere alla complessità e all'urgenza del mondo moderno e globalizzato.

Qualcuno, dalle file dell'opposizione, sembra collegare questo blocco disastroso alla presenza ingombrante e monopolizzante di Berlusconi – abbiamo visto quanto anche questo ultimo aggettivo sia improprio e sia semmai il risultato dell'azione demonizzante degli avversari. Via lui, suggeriscono, si aprirebbe una stagione di rinnovamento e di rinascita: come se ciò fosse avvenuto nei lustri di crisi endemica che precedettero la discesa in campo del Cav. A me pare, invece, che manchi alla Sinistra italiana la capacità di ripensare la propria storia, di superare i massimalisti che l'hanno caratterizzata come una tragica costante, di pensare una linea moderna e socialdemocratica e ad un assetto istituzionale corrispondente e nuovo. Del resto, un analogo ripensamento dovrebbe impegnare anche la Destra, fra conservatorismo puro e semplice – confessionale o non –, destra sociale postrepubblichina, cultura liberale.

Dalle crisi – e questa è davvero una crisi in fase acuta – può uscire un male, ma anche un bene, forse; anche da una parziale sconfitta elettorale o da una vittoria parziale ottenuta escludendo gli avversari. I prossimi tre anni potrebbero davvero essere cruciali: se la maggioranza saprà cambiar passo, evitare dispersioni, improvvisazioni, ingenuità e approssimazioni, e saprà evitare una guerra interna che francamente appare senza ragionevoli concreti obiettivi politici; e se la minoranza saprà cambiare registro e uscire dal suo arroccamento nella conservazione di un mondo e di una cultura del secolo scorso.

 

Marco Cavallotti


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