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Basta liti, andate a lavorare 2

Cortile di Montecitorio, le cinque del pomeriggio. Enrico La Loggia fa i suoi calcoli, strabiliato: «Cento assenti, può essere?». Visi scuri nel capannello dei deputati Pdl: il gruppo è appena andato sotto di un voto - 225 a 224 - su un emendamento del Pd al ddl lavoro. Nei primi minuti è sembrata un’imboscata dei finiani. Non è una lettura inesatta, ma non è nemmeno completamente corretta: la maggioranza è stata sconfitta per un’indubbia latitanza di molti neocolonnelli del presidente della Camera, ma anche per una clamorosa indisciplina di tutto il gruppo. I finiani, da soli, non avrebbero potuto trasformare la maggioranza in minoranza.
I numeri scandalosi degli assenti dicono che mancavano all’appello ben 106 deputati tra Pdl (95)e Lega (11). Nel Popolo della libertà, quarantacinque erano in missione. Cinquanta erano non presenti senza giustificazione. Gli irreperibili finiani e berlusconiani erano equamente ripartiti, anche se i fedelissimi della Camera sono molti meno numerosi dei pidiellini di ferro, e dunque l’assenza degli amici di Fini è indubbiamente più vistosa, in proporzione. Mancavano Italo Bocchino, Fabio Granata, Antonino Lo Presti, Carmelo Briguglio, Antonio Buonfiglio, Flavia Perina, Enzo Raisi, Giuseppe Scalia, Mirko Tremaglia. Tra i berluscones erano assenti senza giustificazione Denis Verdini, Micaela Biancofiore, Maurizio Bernardo, Massimo Maria Berruti, Nicola Cosentino, Niccolò Ghedini, Pietro Lunardi, Lucio Stanca, Chiara Moroni, Sabatino Aracu, Giancarlo Pittelli.
Aria elettrica, ieri, alla Camera: Gianfranco Fini tesissimo fin dalla mattina, probabilmente per l’articolo pubblicato in prima pagina dal Giornale: «L’abbiamo visto subito, da come è entrato in aula, aveva una faccia», confidava un onorevole che lo conosce da quarant’anni. E tra i banchi si è sparso subito un fastidioso malessere.
Oggi alle 11 è in programma l’assemblea del Pdl, all’ordine del giorno le dimissioni del vicecapogruppo finiano Italo Bocchino, in un clima di guerriglia, in realtà più apparente che reale. Perché ora, tra i finiani, si è creata la «sub-corrente» dei bocchiniani, con quella, opposta, degli antibocchiniani. Il drappello dei deputati più rivoltosi appare dunque ulteriormente impoverito, e un emblema di questa spaccatura è stato proprio il voto di ieri: raccontano i deputati del Pdl di una discussione tra Giuseppe Consolo ( vicinissimo a Fini), presente al voto, e Fabio Granata, assente nel momento decisivo. E poco prima che si concludessero le operazioni di scrutinio, il finiano Luca Barbareschi è uscito dall’aula esclamando: «Siamo messi male!», e poi è rientrato in tutta fretta, per votare, quindi non per boicottare.
Insomma, il motivo principale della figuraccia di ieri alla Camera, come dice bene Massimo D’Alema (il quale non ha nessun interesse a sminuire il ruolo dei finiani) è «una maggioranza pigra, totalmente deresponsabilizzata». Insinuare occulte strategie significa che «siamo alla caccia alle streghe», ha polemizzato lo stesso Fini a Porta a porta.
Il nervosismo nel gruppo è comunque evidente: un’altra discussione, animatissima, è andata in scena in aula. Da una parte il berlusconiano Giancarlo Lehner, dall’altra i finiani Granata e Lo Presti. «Non è stata una rissa», chiariscono i protagonisti. Lehner aveva lanciato il sospetto del «primo agguato finiano». I due si sono difesi: «Sono dubbi privi di fondamento. La lealtà verso il governo è fuori discussione». L’emendamento del Pd amplia le possibilità di scelta del lavoratore sull’arbitrato, ma l’impianto del «collegato lavoro» rimane «intatto», assicura il ministro Maurizio Sacconi, rammaricato per la «colpevole assenza di moltissimi parlamentari di maggioranza».

 

Emanuela Fontana


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