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Riforme in Italia?

Ma l'Italia è riformabile? Il quesito non è certo nuovo, se è vero che di grandi riforme si parla ormai da più di 30 anni, da quando la nostra democrazia, nata piuttosto gracile sulla base di un compromesso lungo il muro di Jalta, ha cominciato a mostrare i limiti di un accordo e di una carta costituzionale che esprimeva i tempi durissimi del dopoguerra. Ma in questo trentennio ad errore abbiamo aggiunto errore, lungi dal riorientare il Paese verso un equilibrato e regolare treno di vita. Abbiamo costruito una società consociativa senza formalizzare la natura giuridica dei sindacati – come prevede la stessa Costituzione –, e lasciando che il diritto di sciopero scavalcasse quasi sempre i mille diritti che ogni sciopero regolarmente lede. Abbiamo cercato di sviluppare il sistema industriale italiano, ed abbiamo creato una grande industria parassitaria e legata a doppio filo al pubblico potere.

 

Abbiamo voluto abbandonare il vecchio ma in fondo collaudato sistema formativo per costruire una scuola di massa che danneggia prima di tutto proprio la massa. Abbiamo difeso a oltranza il decoro e il prestigio della giustizia, riconoscendole anche sul piano delle retribuzioni uno status di tutto rispetto, e abbiamo ottenuto una sorta di corporazione di mandarini che in nome della propria indipendenza fa impunemente politica e motiva le proprie nuove rivendicazioni salariali con la difesa della libertà. Ci siamo riempiti la bocca di repubblica parlamentare, e stiamo finendo per svuotare il barocchissimo sistema bicamerale perfetto di ogni residua autorità e incisività, grazie anche all'incapacità di rivedere i ruoli delle due camere, e a un sistema di selezione del personale politico che manifesta ogni giorno la propria inadeguatezza. Siamo perfino riusciti, sull'onda delle più sciocche e becere manifestazioni di populismo giustizialista, a scassare il vecchio e glorioso istituto dell'immunità parlamentare…

Insomma, negli ultimi trent'anni ogni tentativo di riforma, per mancanza di idee serie e organiche, e di prospettive forti e in qualche modo condivise, ha finito per appesantire la situazione e per rendere più difficile uscirne. Da ultimo, nella confusione generale abbiamo lasciato che figure che un tempo dovevano giocare un ruolo di garanzia si buttino a corpo morto nella politica politicante: e così il presidente della Camera fa il capo dell'opposizione, commentando e esprimendo le proprie valutazioni personali sull'attività e sulle scelte parlamentari; mentre il capo dello Stato sta diventando, contro ogni regola, una sorta di controparte del Governo e della Maggioranza: con molti commentatori che invocano lo stato di necessità e di crisi generale di maggioranza e opposizione per giustificare e a volte per encomiare servilmente queste improvvide esondazioni, che finiscono di scardinare quel poco che resta delle regole democratiche.

Così, questi trent'anni sono serviti per parlare di semplificazioni nei discorsi e nei programmi, ma per ingarbugliare in maniera quasi insolubile – nella prassi politica – la matassa del lungo filo che dovrebbe portare alla modernizzazione. Come mai? Probabilmente, alla base di tutto sta l'equivoco che ha mosso per decenni, e ancora in parte muove, le sinistre lanciate nella conquista di nuovi spazi e di nuovi diritti. Le quali, se si escludono le forze riformiste odiate ed esecrate come traditrici e socialfasciste, non furono mai in grado di distinguere fra lotta allo Stato – ritenuto non riformabile – e lotta alla "classe". Il che, in questa forma e a questo livello, rimane un fatto tipico del nostro Paese, o se vogliamo anche di altri non certo avanzati sul piano della cultura politica, come la Grecia. Significativo da questo punto di vista un esempio che vien da lontano: nell'imminenza della Grande Guerra, i massimi partiti socialdemocratici europei abbandonarono, fra discussioni e dubbi, la loro dimensione "internazionale e proletaria", per votare, ciascuno per il proprio Paese, i crediti di guerra. A ragione o a torto, quale che fosse la causa da difendere, l'interesse nazionale veniva prima di tutti gli altri, lotta di classe compresa. Eccezione di rilievo, la sinistra italiana.

Così ancor oggi si continua – come rileva oggi Giacalone – a usare il semplice sospetto di mafia come un bastone per abbattere l'avversario nella sua immagine nazionale e internazionale, e mettere in dubbio la solidità economica e finanziaria del Paese, al di là e ben di più di quanto facciano le sinistre dei Paesi vicini; a combattere non per, ma contro il Paese nel suo complesso, nell'illusione di essere in grado, un giorno e dopo il crollo, di assumerne saldamente – e magari inamovibilmente – la guida illuminata e di pilotarne la palingenesi, malgrado la decadenza e la degenerazione intervenuta dell'intera classe dirigente.

Insomma, sembra che paghiamo ancora oggi il carattere massimalista e implicitamente arretrato di gran parte della nostra Sinistra, che mai riuscì a digerire e ad ammettere coralmente e ufficialmente il riformismo, e nemmeno a riconoscersi completamente in esso anche quando la forza delle cose li indusse – occasionalmente – a comportarsi come tali.

Insomma, riformare l'Italia è un po' come guidare un carro tirato da due somari in direzioni opposte. Ma in fondo, per chi abbia un po' meditato sulle esperienze del passato, proprio queste sono le situazioni che portano alla morte della democrazia ed alla instaurazione di regimi autoritari. Altro che Berlusconi, che in fondo oggi appare fin troppo debole e vittima di una anarchia crescente, che confonde e rende impotenti ruoli e poteri, e di un Paese che resta inguaribilmente diviso in due, vittima di una sinistra ancora ancorata a miti ed a tecniche di aggressione politica del secolo scorso.

 
Marco Cavallotti

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