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Le bugie di Fini

Si è costituito alla Camera il nuovo gruppo dei fuorisciti dal Pdl, denominato Futuro e libertà per l’Italia, composto da 33 membri. È il primo atto concreto della scissione. [video]
Ma vorrei dire qualcosa su Fini.
Il suo intervento in conferenza stampa ha mostrato il suo doppiogiochismo. Egli tenta di far breccia nei confronti dei cittadini che non seguono la politica e ha disegnato di sé un’immagine di vittima, che non gli si addice per nulla. Coloro che seguono la politica, e soprattutto gli elettori del centrodestra, sanno benissimo che Fini in questi ultimi mesi ha fatto di tutto per intralciare l’attività di governo, esercitando il ruolo attivo di leader politico di una minoranza.
Si dichiara senza colpe e considera illiberale la decisione dell’Ufficio di Presidenza.

Purtroppo per lui nella dichiarazione letta alla stampa, che non ha potuto porgli alcuna domanda (sarebbe stata interessante fargliene una anche sulla casa di Montecarlo) sta scritta una bugia grossa come una montagna, che smaschera la sua ambiguità. È questa:

"Ovviamente non darò le dimissioni, perché è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e l’imparziale conduzione dell’attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d’amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni democratiche."

Ebbene, chi ha mai sostenuto che deve garantire la maggioranza che lo ha eletto?

Nel documento del Pdl sta scritto:

"Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall’attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l’On. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio."

Ossia tutto differente da ciò che sostiene Fini. Il Pdl gli addebita di fare politica di partito, ciò che non può fare ricoprendo la carica di presidente della Camera. Non chiede affatto alcuna garanzia per sé in Parlamento. Dove lo ha letto?

Il documento continua:

"L’unico breve periodo in cui Fini ha "rivendicato" nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l’assenza di un suo sostegno ai candidati del PDL".

E infine:

"Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni."

Quelle di Fini sono giravolte, che contribuiscono a delineare le qualità peggiori del personaggio.
Bene ha fatto il Pdl a liberarsene, dunque, costi quel che costi. Se, come sostengono i finiani, essi resteranno fedeli alla maggioranza e al programma votato dagli elettori, il governo potrà continuare il suo mandato. Altrimenti, se vorranno farlo cadere (ad esempio quando si parlerà di riforma della giustizia), se ne assumeranno la responsabilità.
Credo che gli elettori ne terranno conto.

Un governo di transizione, invocato da troppi lacchè della prima Repubblica, sarebbe una iattura per il Paese. Mettere insieme una maggioranza prodiana, tra partiti che non sono in grado di condividere neppure l’idea che la mela è un frutto e non un albero, costituirebbe un atto grave di irresponsabilità se avesse la benedizione del capo dello Stato.
I governi prodiani o diniani sono passati alla storia come i più litigiosi ed inconcludenti della nostra Repubblica.

L’azione del Pdl, ora, deve completarsi, continuando decisa e senza soluzione di continuità per scalzare Fini dalla poltrona di presidente della Camera, a cui sta aggrappato con le unghie e con i denti, giacché, perduta quella, sarà ingoiato dal nulla e dall’oblio.

Bene ha fatto Berlusconi a ricordare ieri (audio qui) il gesto compiuto da Pertini nel 1969, quando rimise il mandato di presidente della Camera:

"«FACCIA COME PERTINI» – Nel suo messaggio audio, il premier ribadisce inoltre a Fini l’invito a lasciare la presidenza della Camera. «Nel luglio del 1969, verificatosi una situazione di divisione analoga nel Partito Socialista con la sinistra socialista, il presidente Pertini, che era un grande uomo e che aveva aderito alla sinistra, ritenne doveroso dimettersi e mandò a tutti una lettera con questa dichiarazione: "Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi". Spero che Pertini possa insegnare a qualcuno il modo in cui ci si debba comportare»."

 

Domenico Di Bartolomeo


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