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Invasioni islamiche

 

Alberto Savinio osservava che l’Europa è fortunatamente refrattaria al fiato mefitico dell’Asia.
 Fin dalla nascita dell’Ellade. Infatti già venticinque secoli addietro Dario e Serse, i Re dei Re che poggiavano le loro imperiali chiappe sul trono di Persepoli, tentarono di sottomettere i nostri ciarlieri Padri Greci che, ohibò, si permettevano di disquisire in libertà di politica e filosofia nelle piazze del mercato. Se Dario e Serse avessero vinto, niente Partenone, niente Fidia, niente Platone e, soprattutto, niente Democrazia.
Con la nascita dell’Islam la volontà asiatica di sottomettere l’Europa ricevette un nuovo   impulso. Se Carlo Martello nel 732 d.C., a Poitiers, non avesse fermato  l’espansionismo degli islamici, che già si erano installati in Spagna, teso a ridurre l’Europa intera in Califfato, niente Aristotele, Euripide, Sofocle, Omero, Seneca, i cui testi invece venivano pazientemente ricopiati dai monaci cristiani nei loro conventi. E niente Magna Charta.
Perché per un buon musulmano l’unico testo valido è il Corano. E tutto ciò che non vi è compreso, non ha diritto di esistere. Lo stesso Abū l-Walīd Muhammad ibn Ahmad Muhammad ibn Rushd, meglio conosciuto come Averroè, filosofo neo-aristotelico, nei primi anni del dodicesimo secolo, non a caso vedeva bruciati i suoi libri nelle Piazze di Cordova, allora ancora dominata dagli arabi. Così come, a distanza di qualche annetto, nell’Afghanistan governato dai Talebani (Maestri di Corano), ai bambini era vietato giocare cogli aquiloni, perché non se ne menzionava l’esistenza nei testi di Maometto, e le adultere venivano gioiosamente lapidate. Come ancora accade in Iran ed altre fortunate plaghe del pianeta beneficiate dalla Shaaria.
 
Il 7 ottobre 1571 a Lepanto, Don Giovanni d’Austria, Comandante Supremo della Flotta Cristiana, fermò l’espansionismo turco, che, puntuale come una cambiale, dopo sette secoli  tentava ancora di sottomettere l’Europa: ''A tocchi a tocchi la campana sona. Li Turchi so’ arivati alla marina'', canta una canzone romana. Se avessero vinto i Turchi, niente affreschi della Cappella Sistina, niente Cenacolo, niente David e niente Pietà. Visto che l’Islam vieta di ritrarre esseri umani. E, naturalmente, niente successivo sviluppo di quel pensiero liberale che ci ha dato la Democrazia moderna.
 
Oggi, passati altri  sei o sette secoli, stiamo punto e daccapo.
 
Una "massa critica" di islamici si è già installata in Europa. Ed è la più turbolenta e arrogante tra le masse di immigrati che una globalizzazione selvaggia, voluta da ''illuminati'' progressisti, ci ha regalato.
 
Giulio Meotti, dopo un suo viaggio in Olanda, nella seconda puntata dell’articolo per il Foglio del 14 maggio 2009 titolato ''Nella casbah di Rotterdam'',  scriveva: ''Ma, osserva Meotti, più della burbanza islamista, è esiziale l’autocensura degli autoctoni.'' 
Andrea Morigi, su Libero, informava che l'11 aprile del 2009, nella cittadina di Le Bourget, a poca distanza da Parigi, durante un affollatissimo raduno fondamentalista, prende la parola Tarek Swaidan. 56enne predicatore televisivo kuwaitiano. L'argomento è ''Il profeta Maometto: un modello per l'umanità''. Per emularlo, si sa che occorre andare in giro a uccidere gli infedeli. Ma il messaggio punta in particolare sulla profezia. E, al culmine dei suo discorso, l'oratore invita a dare compimento a quanto anticipato da Maometto: la conquista di Roma, destinata a seguire la presa di Costantinopoli del 1453. Dalla platea, che raccoglie decine di migliaia di persone, parte un applauso scrosciante.
 
In questi giorni i tunisini che fuggono la miseria di casa loro ospiti del pugliese campo di  Manduria, stanno facendo lo sciopero delle fame. Perché a loro non piacciono gli spaghetti.
 
Sicuramente quella brechtiana ''Anima buona di Sezuan'' di Nichi Vendola, per svergognare il crudele e micragnoso governo del Cav, offrirà loro, a spese della sua Regione, cous-cous all’aragosta.

 

Aldo Reggiani


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