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Obbligo d'accusa

Riuscire a farsi processare per rivelazione di atti coperti da segreto istruttorio, in Italia, non è cosa da tutti, considerato che i giornali, praticamente non contengono altro. Ma non è questa la sola cosa che colpisce, nella decisione del gip milanese che impone la richiesta di rinvio a giudizio in capo a Silvio Berlusconi. Ci sono almeno tre elementi che si devono considerare e che hanno valenza generale.

 

1. Nel nostro sistema di procedura penale è la procura a gestire le indagini e sostenere l’accusa. Tocca a questo ufficio, una volta conclusa l’inchiesta, chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione del caso. Ma tale decisione non è definitiva, perché tocca ad un giudice, gip o gup, quindi nel corso delle indagini o al momento dell’udienza preliminare, convalidarla. E questo è singolare, perché se l’accusa ritiene di non dovere (c’è ancora l’obbligatorietà dell’azione penale) accusare in base a cosa il giudice la pensa diversamente? O ritiene il collega (sono ancora colleghi) incapace o lo ritiene troppo buono. E’ ben strano il sistema in cui il giudice, terzo e imparziale, considera troppo buono l’accusatore.

Di processi nati in questo modo ce ne sono molti, non solo quello che ora coinvolge Berlusconi, e la gran parte si conclude con l’assoluzione o l’estinzione del procedimento. Quindi è tempo e denaro perso. (Siccome tutto si riduce sempre a parlare di una sola persona, ricordo che in modo analogo la procura di Palermo fu costretta a sostenere l’accusa contro il capitano Ultimo, quello che arrestò Riina, con il risultato che Ultimo è innocente e l’infamia s’è protratta nel tempo).

 

2. Nel caso specifico Silvio Berlusconi fu considerato, all’inizio dell’indagine, parte lesa. Vi ricorda qualche cosa? Esatto. L’imprenditore che gestiva le intercettazioni, in appalto dalla procura (il che non è affatto normale, e i cittadini non sanno che ogni procura, quando non ogni procuratore, si sceglie l’appaltatore di fiducia), è già stato condannato. Inizialmente l’accusa per Berlusconi era di ricettazione, ma non stava in piedi, giacché si sarebbe trattato di ricettare un’informazione. Quindi si è giunti all’attuale.

Il cavillo che salva le altre pubblicazioni, a valanga, è il seguente: gli atti non erano stati ancora depositati. Come a dire che da quel momento in poi la riproduzione è libera, anche se infama innocenti. Basterebbe questo per concludere che una nuova e restrittiva legge è urgente.

 

3. Dice il gip che la pubblicazione di quella telefonata (nella quale Fassino gioiva con Consorte per la conquista di una banca) serviva a danneggiare un leader politico avversario. Acuta conclusione, cui nessuno aveva pensato. Le altre pubblicazioni, invece, suppongo servano a consolidare l’amor proprio di Berlusconi, sebbene si tratti più di acquisti che di conquiste.

A me le pubblicazioni delle conversazioni non piacciono. Anzi, le detesto. Capisco che è il mestiere del giornalista, ma temo che si finisca con il fare i copisti. In quel caso, però, oltre che fastidiosa fu dannosa, perché la sostanza di quella faccenda era già più che grave: una banca veniva scalata a cura di soggetti che già avevano scalato Telecom Italia, con la doppia benedizione del partitone di sinistra, ricavandone grandiose ricchezze personali, non dichiarate al fisco, e associandosi con altri, non privi di guai giudiziari.

 

I leaders politici protagonisti di quella faccenda sono ancora ai loro posti, cercando di farsi passare per vittime. A processo ci va Berlusconi, le cui telefonate pubblicate sono talmente tante che probabilmente non ha fatto altro per anni. Gli scandali non hanno prodotto che paginate e procedimenti inutili. Forse è davvero un Paese di m…armellata.

 

Davide Giacalone

 


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