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L'avvento della sharia

Il paradosso di questo Occidente malato e in declino è che mentre Berlusconi è diventato un appestato e un sorvegliato speciale globale perché ama le donne, le invita a cena, le copre di regali, la sharia è stata appena reintrodotta in Libia dalla "rivoluzione" di Obama e della Nato. Berlusconi è sottoposto alla gogna mediatica e giudiziaria dal 2008 per essere stato alla festa di compleanno di una diciottenne, per avere gravemente peccato la sera dell’elezione di Obama con una signora allegra e per avere invitato a cena delle belle ragazze dalla stessa Grande Lobby che acclama la Libia liberata dal tiranno Gheddafi, dove con la sharia è appena stata reintrodotta la poligamia, la lapidazione per le adultere, il diritto a comprarsi spose-bambine e a picchiare le donne.

 

La Libia è diventata una gigantesca e raccapricciante Srebrenica di cui sono responsabili Obama e la Nato, il paese dove sono stati ignorati i più elementari diritti umani, perché – come scrive Seumas Milne sul Guardian il 27 ottobre – quando la Nato è intervenuta il numero dei morti, secondo le stime Onu, era di circa 1.000-2.000 persone, mentre adesso il calcolo degli esseri umani uccisi dalla Nato va dalle 10mila alle 50mila persone, una valutazione che non tiene conto delle vittime degli scontri a terra tra lealisti e ribelli appoggiati dall’intelligence  Nato, né delle vittime delle esecuzioni sommarie dei lealisti dopo la morte del rais. La Nato non ha protetto i civili, anzi ha moltiplicato il numero delle loro morti, e, come conclude coraggiosamente Milne, nonostante tutte le dichiarazione sulla libertà riconquistata dai libici, l’intervento occidentale ha soltanto soffocato la libertà nazionale e il diritto all’autodeterminazione del popolo libico. A completare la tragedia libica, l’introduzione della sharia.

 

La sinistra italiana, a parte Il Manifesto, ha taciuto sulla tragedia libica, anzi ha tifato per la morte di Gheddafi, l’amico del puzzone di Arcore, ma, come ci mostrano quotidianamente i media inglesi e americani, Gheddafi e i suoi figli erano molto legati al Regno Unito, e non solo per le trivellazione della BP, ma anche per i rapporti di Saif Gheddafi con Blair e con la LSE, che godeva anche dei finanziamenti di una fondazione Gheddafi, senza contare i giovani libici che andavano a Londra per il Ph.D. Moussa Ibrahim, l’ultimo portavoce di Gheddafi, aveva trascorso a Londra l’ultimo Natale con la famiglia, ospite del suo supervisor-Ph.D alla London University e di sua moglie, Ros Coward, che ha scritto sul Guardian una specie di necrologio. Non sappiamo come sia finito Moussa Ibrahim, forse come Khamis Gheddafi e la trentaduesima brigata che doveva difendere Tripoli dall’assalto dei ribelli: annientati dalle bombe Nato, come ha rivelato Pepe Escobar su Asia Times online.

 

Incarognita dall’odio contro Berlusconi, la sinistra italiana ha gioito dei bombardamenti sulla Libia, tradendo tutta la sua storia di opposizione alla guerra, fantasticando che a essere maciullato dai sicari della Nato fosse il Cavaliere, l’eterno nemico da distruggere, perché li ha sconfitti alle elezioni. Chissà, se di fronte alla sharia, che priva le donne libiche di ogni diritto, le indignate di "Se non ora quando?", quelle della manifestazione del 13 febbraio, le Camusso, le Bindi, le Comencini, le Bongiorno, le Perina, le Concita De Gregorio scenderanno in piazza a difendere le sorelle arabe e africane. Chissà se Gad Lerner radunerà le solite Lorelle Zanardo e Michele Marzano per protestare contro la nuova barbarie della condizione della donna della Libia liberata dal tiranno.

 

Probabilmente, le indignate del 13 febbraio e di Lerner continueranno a ringhiare contro il nostro premier clownesco, come lo chiama il solito James Harding del Times, un fratellino di Beppe Severgnini, perché ha sorriso alla premier danese. Né dirà qualcosa contro la sharia libica Hillary-Wow e neppure Frau Merkel, troppo presa dalla Realt-Politik.  Dovremo essere noi, le donne del centrodestra, a difendere le arabe e le africane a cui la primavera di Obama ha portato l’inverno della schiavitù, facendo tornare di moda gli harem e le lapidazioni. Dovremo essere noi, donne e uomini del centrodestra, a indignarci e a gridare "Se non ora quando?". Dovremo essere noi a opporci alla tragedia che incombe sull’Africa, una volta caduta la Libia.

 

Hannah Arendt ha descritto nelle 'Origini del totalitarismo' la corsa alle miniere di diamanti, di oro e di minerali preziosi di ogni tipo dell’Africa di avventurieri inglesi, belgi, olandesi, ebrei, americani, russi, tedeschi nell’Ottocento. Ha raccontato la psicologia di criminali come Cecil Rhodes, ha spiegato come in Africa nacque l’idea di razza del Novecento. In Africa, durante la guerra anglo-boera, fecero la comparsa per la prima volta nella storia i campi di concentramento. L’impero britannico per fiaccare la resistenza dei boeri, distrusse le fattorie che rifornivano i soldati boeri e deportò donne e bambini in campi di concentramento e fece morire di fame non meno di 26mila boeri, insieme agli africani che li seguirono in prigionia. In questo momento cupo dell’Occidente, dove una finanza rapace detta le regole, con Obama che ha appena inviato truppe in Uganda, la Francia è pronta a sostenere militarmente l’intervento del Kenya in Somalia, l’Inghilterra attacca ogni giorno il Sud Africa di Zuma, per rapinare nuove risorse all’Africa in nome degli Human Rights,  dovremo essere noi italiani, per la nostra cultura cristiana, credenti o no, a opporci al nuovo olocausto dell’Africa. Appunto, se non ora, quando?

 

Daniela Coli


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