È per ora impossibile stabilire con esattezza chi sia stato a dare il via all’escalation militare nell’Ossezia meridionale. Chiunque sia stato, certo ha scelto non casualmente l’inizio delle Olimpiadi per puntare sull’effetto-eco offerto dall’occasione. La ricostruzione più verosimile è che il presidente georgiano Saakashvili, sicuro della «protezione» americana, abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell’esercito separatista appoggiato dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Il rimpallo di responsabilità diviene tuttavia di secondaria importanza di fronte alla necessità di comprendere il substrato che ha dato origine al conflitto e di attuare ogni sforzo diplomatico affinché esso venga fermato in tempo.
Quella dell’Ossezia meridionale era da tempo una questione irrisolta e pericolosamente «congelata». Dietro la ripresa di questo conflitto caucasico si cela un attrito diplomatico-strategico che da anni, al di là delle apparenze, oppone Russia e Stati Uniti. Dal 2004, dopo la «rivoluzione delle rose» che rovesciò il presidente Eduard Shevarnadze e soprattutto dopo l’elezione di Saakashvili, la Georgia aveva cominciato ad avvicinarsi alla NATO lanciando un massiccio piano di riarmo. Secondo Alexandr Pikayev, analista del Carnegie Endowment di Mosca, «l’indipendenza del Kosovo e l’avvicinamento di Ucraina e Georgia all’Alleanza atlantica (ma anche il previsto «scudo spaziale» USA nella Repubblica ceca, n.d.r.) hanno aumentato la sindrome da accerchiamento della Russia». Ma c’è di più. Sempre secondo Pikayev, «Il Cremlino non è direttamente interessato all’Ossezia meridionale e all’Abkhazia, ma usa le loro ambizioni autonomiste per tre ragioni: ostacolare l’ingresso della Georgia nella NATO; mantenere la propria sfera d’influenza; creare nel Caucaso una situazione simile a quella del Kosovo, questa volta a proprio vantaggio». D’altra parte, in un incontro proprio sul Kosovo svoltosi a Bruxelles all’inizio dell’anno, il ministro degli Esteri russo Lavrov aveva avvertito sia la diplomazia USA che quella europea che era opinione di Mosca che nel momento in cui (come è avvenuto lo scorso febbraio) fosse stata riconosciuta l’indipendenza del Kosovo, si sarebbe automaticamente instaurato un precedente per l’Ossezia meridionale e altre province ribelli. Il tempismo e la portata dell’azione unilaterale militare decisa oggi da Mosca la dicono lunga sull’autonomia di potere che la Russia si arroga per fare avvertire il peso della propria presenza «neo-imperiale» di (...)
Gerardo Morina
CdT
12.8.2008 - 23:33