• IscrizioneIscrizione
  • GadgetGadget
  • ContattiContatti
  • Cellulari e RSS FeedCellulari e RSS Feed
spacer

La dimensione del conflitto

I sanguinosi scontri fra osseti e georgiani non sono, di per sé, una «notizia». Sono stati numerosi da quando, nel 1991, la Georgia proclamò la propria indipendenza e l’Ossezia del sud (sino a quel momento «repubblica autonoma» entro i confini di una repubblica federata dell’Unione Sovietica) rivendicò a sua volta il diritto di separarsi da Tbilisi. Non è una novità neppure il coinvolgimento della Russia nella controversia che oppone i georgiani agli osseti. Sin dai primi scontri intervenne militarmente a favore degli osseti e degli abkazi (un’altra minoranza che aveva proclamato la propria indipendenza) ed è da allora presente nella regione con basi, distaccamenti e un mandato internazionale conferito dall’Osce (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa). È nuova invece la dimensione del conflitto. Mai, prima d’ora, era stato così violento. Mai prima d’ora i russi avevano apertamente rinunciato al loro apparente ruolo arbitrale e impiegato forze così importanti. Occorre cercare di comprendere, quindi, perché un vecchio conflitto, mantenuto per molto tempo entro i limiti di una crisi a bassa intensità, sia esploso con tale violenza.
Occorre tornare all’anno – il 2004 – in cui i georgiani, afflitti da una lunga crisi economica, insorsero contro il loro presidente, Eduard Shevardnadze, e lo costrinsero a fuggire precipitosamente dal Parlamento.
L’eroe di quel movimento popolare fu un giovane uomo politico (aveva allora 37 anni), educato negli Stati Uniti, brillante, poliglotta e deciso (così dichiarava) a guidare il suo paese sulla strada della democrazia, della prosperità, della piena indipendenza. Eletto alla presidenza della Repubblica, Michail Saakashvili, è diventato il protagonista di un ambizioso disegno politico. Voleva recuperare i territori perduti dell’Ossezia e dell’Abkhazia, voleva sottrarsi alla tutela di Mosca e, per meglio centrare l’obiettivo, stringere rapporti privilegiati con gli Stati Uniti. La rivoluzione ucraina gli ha regalato un prezioso alleato nella persona di Viktor Yushenho. Insieme i due presidenti hanno cominciato ad agitare il problema dell’ingresso dei loro paesi nella Nato e sono divenuti, agli occhi di Vladimir Putin, una quinta colonna americana in terre che avevano lungamente appartenuto alla Russia imperiale e, più tardi, alla Russia sovietica. Gli Stati Uniti hanno assecondato questa politica e George W.Bush ha fatto un trionfale viaggio a Tbilisi nel maggio del 2005. Da allora alcune centinaia di istruttori americani addestrano l’esercito georgiano e 2000 georgiani (mille da quando è scoppiata la guerra con l’Ossezia) sono in Iraq a fianco degli americani. E da allora, beninteso, gli incidenti e gli screzi, nei rapporti fra Georgia e Russia, sono stati sempre più frequenti.
I rapporti sono diventati ancora più tesi da quando la posizione politica di Saakashvili nel suo paese appare meno salda. Contestato nelle piazze da una opposizione che lo accusa di corruzione e frode elettorale, il giovane presidente ha sciolto il Parlamento e vinto sia le elezioni politiche sia quelle per il rinnovo del suo mandato nel maggio di quest’anno. L’opposizione continua ad accusarlo di frode elettorale, ma il protettore americano non cessa di sostenerlo. Bush lo ha ricevuto alla Casa Bianca in marzo e ha nuovamente chiesto l’ingresso della Georgia nella Nato durante il vertice Atlantico di Bucarest in aprile. Da allora il palleggio delle provocazioni reciproche, tra Mosca e Tbilisi, è diventato sempre più rapido. È probabile che il presidente georgiano abbia approfittato dell’appoggio americano per assumere posizioni più bellicose. Ed è possibile che lo abbia fatto anche per consolidare la sua posizione politica all’interno del paese. La Russia, dal canto suo, ha deciso che il vaso era colmo. Non vuole attentare all’indipendenza georgiana, ma spera che il successo delle truppe russe sul terreno elimini Saakashivili dalla scena politica del suo paese. Non è chiaro invece, mentre scrivo, quale sarà nei prossimi giorni la linea politica americana. Gli Stati Uniti hanno peccato d’imprudenza permettendo a Saakashvili di sfidare la Russia. Spetta a loro quindi impedirgli di trasformare la guerra osseta in una crisi dei rapporti fra la Russia e le democrazie occidentali.

 

 

Sergio Romano
CdT


11.8.2008 - 20:07

 

 


spacer